Sulla strada, uno sgambetto

Questa mi è venuta come riflessione dopo un po’ di cose vissute.

Sulla strada, uno sgambetto

Finalmente era ripartito. Nonostante tutto e nonostante tutti, aveva deciso di ripartire. Perché c’era ancora tanto da fare, cose da sistemare. La strada, insomma, era ancora lunga.

Come detto, stava di nuovo camminando. La meta era più che altro nella sua testa; intanto una serie di traguardi raggiungibili, senza però porsi una fine precisa.

L’importante al momento era andare e camminare bene.

Nonostante tutto e tutti, non si era arreso.

 

All’improvviso però uno sgambetto inaspettato, potente e, soprattutto, insensato, lo colse così alla sprovvista che, per non cadere del tutto, dovette appoggiare non una ma entrambe le mani per terra.

Un nuovo stop.

Si voltò per capire cosa fosse successo e con sorpresa, forse neanche tanta a guardarsi dentro per bene, vide che lui era di nuovo lì.

Non aveva niente di particolare, neanche dei lineamenti ben definiti. Ma due cose lo descrivevano sempre: mani in tasca e sorriso di scherno. Quello sì, sempre.

Senza aspettare che aprisse bocca per primo, chiese:

“Ancora?”

“Certo. Che pensavi?”

“Di poter percorrere questa strada non dico a gratis, quello no, ma almeno in modo tranquillo. Per quanto tranquilla possa essere questa strada.”

“Eh no caro mio. Perché dovrebbe essere così, scusa?”

“Perché ne avevamo parlato. E se non ricordo male avevamo trovato un accordo. O no?”

“Sì. Ma le cose cambiano.”

“Era possibile avvisare senza usare questi metodi. O no?”

“Certo, sì. Ma perché farlo quando posso NON farlo? Guarda cosa c’è scritto in terra.”

Abbassò lo sguardo e vide di nuovo quella scritta, Illusione, che già altre volte aveva visto percorrendo quel tragitto.

Aveva supposto di aver superato quel punto ma, evidentemente, si sbagliava.

A vedere la sorpresa dipinta sul suo visto, il sorriso beffardo che descriveva “Uomo” Col Sorriso si allargò ancora.

 

“E quindi? Ora che facciamo?”

“Ah beh. Questo non è un mio problema.”

“E se mi fermassi qui?”

“Oh… Lo sappiamo entrambi che non lo farai.”

 

Vero.

 

“E allora? Che si fa?”

“Oh… Io ti osserverò, come sempre. Te camminerai, come sempre. O no?”

“Sì.”

“Bon. Allora inizia ad alzarti va, che è meglio.”

 

Così fece. Ma non lo fece perché lo aveva detto lui. Lo fece perché nonostante tutto e tutti era l’unica cosa giusta da fare.

 

“Ok, riparto. Vado e camminerò come ho sempre fatto. Ma le cose cambieranno.”

“Sicuro?”

“Oh sì. Perché puoi fare quello che vuoi ma non puoi decidere come e quanto devo camminare.”

“E allora?”

“E allora le cose cambieranno.”

“E’ una minaccia?”

“No. Una promessa.”

Non aspettò un’altra replica di ‘”Uomo” Col Sorriso e partì. Pian piano, ma ripartì. Sicuro che lui, o chi per lui, si sarebbe di nuovo fatto vivo e che qualcosa, più avanti, sarebbe cambiato.

 

“In fin dei conti” – pensò – “gli incroci nelle strade, prima o poi, ci sono.”

E questa volta il sorriso spuntò sul suo di viso.

Ripartenze autunnali

Autunno.

Mentre la natura si fa bella in attesa del letargo invernale e mentre molti sospendono l’assicurazione delle proprio motorette, mettendole sui cavalletti e coprendole, io riparto.

Sono caduto a luglio mentre ero in giro in Francia, in vacanza. Ed a questo giro mi sono rotto (fisicamente, intendo). In particolare, rotto lo scafoide del piede destro (ammetto candidamente che non sapevo di avere lo scafoide anche ai piedi…) e quasi rotto il legamento del pollice della mano destra.

La caduta è stata “stupida” e comune: una scivolata in curva per colpa di un po’ di ghiaino sparso in carreggiata. Perso anteriore e giù per terra.

Il resto è fatto di ambulanza per l’ospedale, una visita (con tanto di rx a mano e piede) che definire completamente sbagliata è poco, visto che mi hanno mandato via con una pacca sulla spalla ed un “non c’è niente di rotto”, taxi, albergo, rientro in furgone, vacanza finita, quattro settimane di gesso, fisioterapia; solite cose via.

Il resto però è anche una riflessione sul perché son caduto (anche colpa mia o solo dello sporco?) ed una domanda: ripartire?

Le risposte sono arrivate: caduto solo per colpa dello sporco? No.

In quello stesso punto sono passati, prima di me, quattro amici (e non finirò mai di ringraziare loro e tutti gli altri che erano con me e che mi hanno supportato e sopportato in quei momenti ed anche dopo, oltre a chi si è fatto tutto il viaggio a/r per venirmi a prendere) e nessuno, oltre a me, ha avuto problemi. Quindi qualcosa ho sbagliato.

Cosa? Facile: non ho visto lo sporco che era in terra. Se lo avessi visto, avrei affrontato la curva in modo diverso, magari fatto un piccolo dritto visto che la situazione e la velocità la consentivano, o fatto una traiettoria diversa, tirato un sospiro ed un impropero, ma non sarei caduto. Non è andata così e devo accettare la cosa per come è andata.

Ripartire? Eh… Questo è un po’ più tosto.

Sono passati quasi quattro mesi dall’incidente, con sei settimane di stop completo e due mesi a fare fisioterapia. Non posso dire di essere al 100%; non è così e penso, a occhio, che il “nuovo 100%” sarà un po’ diverso dal precedente. Ma va bene (anche) così. Però posso guidare. Ed anche la moto è a posto.

Allora si va. I dubbi ci sono ma devo capire se solo sono una scritta sulla lavagna fatta col gesso e basterà uno straccio a toglierli o se, invece, sono qualcosa di più pesante per cui magari ci sarà da vedere la situazione in modo diverso.

Ma se non provo non posso sapere.

 

Ritiro la moto in officina: è semplicemente bellissima. E’ vero… Ogni scarrafone è bello a mamma sua. Ma per me è bellissima. Tirata a lucido, con qualche pezzetto nuovo nuovo, controllata da capo a piedi (forse sarebbe meglio dire da telaio a forcelle).

 

Lei è pronta. Io devo ancora capirlo.

 

Il primo step sarà riportarla a casa. Pochi km, poche curve ma da qualche parte si deve ripartire.

Chiave, on, motore: il rombo vien su che è un piacere e le sussurro un “Bentornata”, che ci sta proprio bene.

Salgo e finisco di sistemarmi. Ok, ci siamo. Prima giù e go!

Ho il cuore a mille, me lo sento letteralmente in gola. Non so se sto girando più alto io o la moto. Ma tant’è: ci siamo, stiamo ripartendo.

Piano piano, mi avvicino verso casa. La strada è libera, per fortuna; il cuore sta iniziando a calmarsi. Ho bisogno di sentire però che lei è con me per davvero, che fa quello che dico io. Sul dritto e visto che non c’è traffico, mi metto a zigzagare, come se volessi scaldare le gomme. Ma non è quello che sto facendo: a modo mio, sto parlando con lei, le sto chiedendo come va, le sto dicendo quanto tempo è passato, le sto chiedendo scusa per la botta e per tutto il resto.

Pian piano mi ritrovo ad usare i tombini come se fossero bandierine su una pista ed io uno sciatore. Stiamo tornando. Ed il sorriso, non sono sulla bocca, mi pervade: mi sto di nuovo divertendo come un bimbo.

Il primo step è finito, sono al cancello di casa. Porto Franka al coperto e la guardo, la guardo e la riguardo ancora. La saluto abbracciando il serbatoio. Malato di mente. Volete una risposta sincera? Forse. Un commento? Chissene.

 

Sabato mattina. Sole. Ok, go. Improvviso un tracciato che mi permetta di fare un po’ di curve: Montecarlo – Pescia – Vellano – Macchino. Poi su verso San Marcello Pistoiese and back scendendo la Lima.

Ed il giorno dopo stesso programma, cambiando tracciato e (ri)visitando la Val di Cecina.

 

Sole, curve, paesaggi toscani. Uno spettacolo davvero.

 

Allora?

 

Ho guidato concentrato su di me. Come detto, avevo bisogno di capire com’ero messo. Il risultato è che fisicamente posso dire di essere a posto. Il piede regge bene, mi fa solo un po’ male quando mi fermo dopo un po’ di chilometri: tenendolo sempre nella stessa posizione, quando scendo ed inizio a camminare si fa un po’ sentire. Ma niente di che.

La mano è un po’ più sollecitata ed ogni tanto mi lancia qualche scossetta come a dire “guarda che ci sono anche io”. Ma non ci sono problemi.

La testa beh… C’è da lavorarci un po’. Non riesco a curvare come facevo prima, soprattutto a destra. Mi viene da affrontare la curva in modo molto guardingo e controllando se ci fosse dello sporco, non guido fluido, vado un po’ a scatti. Diciamo che mi mancano un po’ di “automatismi”. Ma le sensazioni sono buone.

Ennesima domanda: ne vale ancora la pena? Sì, zero dubbi. La voglia c’è, non è passata. Ho ancora tanto mondo da vedere a bordo della mia motoretta. Non saranno la Francia ed il suo ghiaino a fermarmi.

 

Il segno sulla lavagna era scritto col gesso, sì. Ma lo straccio non ha tolto proprio tutto.

Mi toccherà gommare la lavagna a forza di chilometri.

 

Avanti!

 

Buona Strada!

In e la Moto – Ieri, oggi e domani

Giorni di recupero post piccolo incidente. Giorni di letture e riflessioni.

Quello che segue è uno dei tanti pensieri che mi sono venuti e che sono sicuro non saranno condivisi da tanti di noi motociclisti.

Tra le varie cose, sono riuscito a leggere il numero di maggio di Motociclismo, dove è pubblicato il confronto/test di alcune endurone di ultima generazione.

Mi ha colpito da questo passaggio (pagg 80 e 82):

“[la Suzuki V Strom 1000] Ha le dimensioni, il peso e le prestazioni più vicine alle esigenze del motociclista “normale” e questo la rende straordinariamente piacevole. Sempre. Le perdoni tutto, anche quando in autostrada ti restituisce qualche vibrazione e qualche fruscio di troppo. Perché non ispirarsi a questo riuscitissimo progetto per avviare una generale inversione di tendenza? Se le maxienduro non dovessero più essere opulente nelle dimensioni, sfarzose nell’allestimento e incontenibili nel prezzo, guardate che noi mica ci restiamo male.”

 

Eh no appunto, non ci restiamo male.

La memoria è poi corsa ad un grandissimo, Carlo Talamo, ed alcune sue parole che avevo letto (molto) tempo fa (fonte http://www.dueruote.it/notizie/news/in-ricordo-di-talamo):

Da quanto tempo avete smesso di parlare alla vostra motocicletta. Da quanto tempo non vi svegliate con la voglia di correre in garage. Da quanto tempo siete stanchi di cambiare una moto al mese. Di vedere sempre più cilindri e scritte strampalate. E strisce colorate. E plastica. E milioni di lire usa e getta. Da quant’è che vi arrabbiate ad ogni motolosalone. Da quanto vi manca una motocicletta. Viva. Vera. Diversa da ogni altra. Che se ne frega dei trecentoallora. E dei casello-casello. Che non è costruita per uccidere. Fermatevi per un istante a pensare. Forse è venuto il momento di tornare alle motociclette….”

 

Appunto. C’è davvero bisogno per gli utenti “normali” di moto così tanto… tanto… tanto?

 

Ho iniziato ad andare in moto non da ragazzino, era il 2002 ed avevo 25 anni. Ed ogni anno che passa, vedo che il mezzo moto si sta sempre di più “ingrossando”: potenze sempre più elevate, pesi sempre più grandi per le maxienduro e le touring (ovviamente succede il contrario per le supersportive e le naked), prezzi sempre più alti. Sempre più tutto.

Due cose fondamentali che compongono il trittico base di questa passione sono però rimaste invariate praticamente da sempre: l’uomo e le mete.

 

Andando in giro, mi sto rendendo sempre più conto che, alla fine, si possono fare le stesse cose con “meno”: per fare turismo non c’è bisogno di una motonave (basta una moto), per girare e divertirsi per strada 100 cv bastano e avanzano (a volte sono anche troppi), si gira bene anche senza avere 6000 sensori sulla moto. In conclusione, vale il detto “poca spesa, tanta resa”.

 

Sia chiaro: non voglio sembrare uno di quelli che il progresso lo rifiuta e con esso disprezza i nuovi mezzi. Confesso sinceramente che la nuova GS ed anche la GS ADV, come scritto nelle mie prove (GS http://marietto.info/?p=29, ADV http://marietto.info/?p=50) mi piacciono parecchio davvero e ci sto facendo un pensiero (se ne riparla tra anni, sia chiaro).

 

Ma i però sono tanti: così tanti soldi? Così tanto peso? Così tanta elettronica? Così tanto tutto?

Prendo sempre in esame moto che mi sono più congeniali, ma penso che anche per le stradali e soprattutto le naked il discorso sia lo stesso.

 

A meno che non se ne faccia un uso altamente specialistico (tolta la pista, non ne vedo altri), i mezzi che sono già in commercio e quelli di cui si sente parlare (BMW S1000 RX e KTM Super Adventure in primis) sono sovradimensionati in tutto; soprattutto, a mio avviso, sfoggiano delle potenze difficilmente giustificabili. Tutti quei cavalli si usano solo in un preciso momento: quando si paga il bollo. Fine.

Sembra quasi che i vari produttori facciano sfoggio dei muscoli delle proprie creature quando in realtà la sostanza vera probabilmente è da un’altra parte: affidabilità, bassi costi di manutenzione, bassi consumi, maggiore sicurezza.

Invece mi pare proprio che le cappelle, in questi ambiti (soprattutto in quanto a qualità e consumi), si sprechino. Senza esclusione di sorta tra le varie grandi case.

 

Per fortuna qualcuno sembra intenzionato a fare qualche passo indietro: vedi Suzuki con la V Strom 1000, (forse) Honda con la tanto attesa nuova Africa, Yamaha con i nuovi tre cilindri (non conosco però i consumi). Speriamo che sia un effettivo primo passo verso dei mezzi che vadano effettivamente incontro al fattore Uomo che, volenti o nolenti, è rimasto quello dai tempi in cui moto, motore, elettronica e tutto il resto era ben lungi dal divenire realtà.

 

A chi, in sostanza, “se ne frega dei trecentoallora. E dei casello-casello.”

 

Fermatevi per un istante a pensare. Forse è venuto il momento di tornare alle motociclette….

 

Buona Strada!

Quella cosa chiamata “motociclismo” – Una riflessione

Non chiedeteci di scendere. Non lo faremo.

E non perché ce lo chiedete e quindi per ripicca, come bimbi bizzosi, faremo l’opposto.

Non lo faremo perché non possiamo rinunciare ad una parte di noi. Non c’è verso, non è possibile.

Scenderemo solo quando saremo sazi. E saremo solo noi a decidere.

 

Non chiedeteci di smettere. Le passioni non si smettono, si vivono.

Non c’è alternativa. Lo faremo nel rispetto degli altri e seguendo le nostre regole.

Smetteremo solo quando arrivare in cima ad un passo non ci farà più sentire nulla.

 

Non chiedeteci di stare attenti. Lo stiamo già facendo.

La pelle è la nostra, quella delle nostre compagne, dei nostri amici. La prima fondamentale regola è tornare a casa, sempre ed interi.

Perché se non lo facciamo non potremo ripartire e dovremo aspettare per vedere quello scorcio, mangiare quel piatto, rivedere quegli amici. Rivivere quelle sensazioni che ci fanno andare, nonostante tutto e tutti. Oltre al “piccolo” dettaglio che, più o meno, dovremo curarci le ammaccature.

 

No, non siamo tutti corsaioli, smanettoni, spericolati. Non continuate a dire così, non è vero. Sarebbe come dire che tutti quelli che vanno allo stadio sono violenti. Non è così. Punto.

Tanti di noi girano il mondo in moto per scelta e non per staccare il tempo sul giro. Non hanno bisogno di sentirsi i migliori perché sono arrivati per primi. Si “accontentano” di godersi ogni centimetro di strada che fanno, di fare mille e mille foto fosse anche ad un filo d’erba, di prendersi in giro perché la mia moto perde i pezzi ma la tua è un cancello, perché la tua è una mucca ma la mia consuma come uno Scania.

 

No, non siamo brutti, sporchi e cattivi. Sporchi a volte sì, soprattutto se si fa off. Ma né più né meno di uno che va per monti in montain bike. Non siamo più brutti, sporchi e cattivi di chiunque altro giri per strada e, anzi, sotto al casco troverete sempre un sorriso.

 

Sì, è vero. Siamo rumorosi. Facciamo caciara sia con le moto che senza. Ma è sempre una caciara allegra, di festa, di sorrisi e battute. I bimbi ci salutano, non corrono via urlando al nostro arrivo. E allora sapete che c’è… Divertitevi con noi. Che male c’è?

 

Sì è vero, quasi sempre diamo un nome alla nostra moto. Perché è giusto così. La moto non è un semplice oggetto, non è solo un mezzo meccanico: è una parte di noi, è quella “cosa” attraverso la quale ci allontaniamo, anche se per poco, dai pensieri di tutti i giorni, che ci collega ed al contempo separa dal mondo, che ci fa conoscere gente e luoghi, che ci permette di danzare sulla strada.

Di fare tutte quelle cose che senza, proprio, non si può stare.

E sì, a volte ci parliamo pure. E parlare con qualcuno che non ha un nome, ammettetelo, è oltremodo scomodo. O no?

 

No, non prendete le distanze. Non siamo diversi da voi che in moto non andate. Sotto a caschi, tute, guanti ed abbigliamenti di ogni genere ci sono quelli che ogni giorno dividono con voi la vita, in tutto e per tutto.

 

Piuttosto, cercate di capire. Anzi, smettete di cercare e capite! Capite perché le frecce alle rotonde (e non solo) non sono una cortesia ma una necessità, perché gli stop non devono essere bucati, perché dovete usare entrambi gli specchietti laterali, perché quando siete in coda dovete stare a destra (questa sì, è una cortesia), perché dovete mettere da parte smartphone/pad/giornali mentre guidate, perché quando vedete un fanale in lontananza e siete fermi ad uno stop è sempre meglio rimanere fermi. In poche parole: quando siete per strada, guidate e pensate a guidare, non baloccate. Sarà tutto molto più facile e sicuro.

 

Sia chiaro, non siamo perfetti. Siamo umani anche noi, più di tanti altri. Ed in quanto tali siamo esageratamente lontani dalla perfezione (meno male dico io, sennò sai che noia). Anche tra di noi ci sono le teste calde, i litigiosi, i poco di buono, quelli che regole anche no, quelli che la pista costa troppo. Varia umanità. Alla fine siamo come voi che in moto non andate.

 

E quando cadiamo… Beh… Quando cadiamo ci facciamo male. E’ un dolore non solo fisico, sia chiaro. Perché quando cadi e ti fai male, tanto o poco che sia, i dubbi vengono: su perché, sul per come, sul com’è andato e come sarebbe potuto andare. E queste domande ce le facciamo prima noi di chiunque altro.

Sappiamo bene quali siano i rischi di questa passione visto che la viviamo più o meno quotidianamente. Ed in fin dei conti è solo facendo le cose che si capisce quali siano i pericoli effettivi.

Dalle due ruote si cade. Questa cosa l’abbiamo imparata quando da piccoli ci avete tolto le “rotine” alla bicicletta, spingendoci ad usarla così, in questa nuova “configurazione”. Quando siamo caduti, ci avete aiutato a rialzarci. Lo facevate per il nostro bene.

Bene. Fate lo stesso ora: non dateci addosso ma aiutateci a rialzarci e ripartire (se è quello che vogliamo fare). Può sembrare strano ma, anche in questo caso, lo farete per il nostro bene.

Se proprio non capite il perché siamo così, perché abbiamo bisogno della nostra moto, di andare in giro… Beh, se proprio non ce la fate, amen. Noi prenderemo ne atto, voi fate altrettanto accettando che per noi questo non è un vezzo, ma una necessità. E’ la nostra scelta, una parte importante della nostra espressione di libertà.

 

Fatelo e sarà tutto più facile.

 

Buona strada a tutti.

 

I Marroni di Marradi

Scribacchiando qua e la’ e spammando gli amici con i miei racconti, è successo che Laura mi abbia offerto l’opportunità di scrivere un articoletto per una “rivista” pubblicata da un suo cliente.

Ci ho provato e, a quanto pare, è piaciuta visto che me l’hanno pubblicata :o ;)

Se vi va, questo è il link.

http://www.eurocompanysrl.com/userfiles/file/noccio_line/Noccio_line%20-%20numero%203.pdf