Triumph Explorer XC 1200 – La mia prova

Continua il giro di prove del2013… Complice anche l’assenza di Franka, ferma ai box causa problemi con la frizione (evito commenti non tanto per la rottura dello spingitore che può anche starci, ma quanto per la gestione da parte del mecca… per sentire gli sproloqui del caso contattatemi privatamente…), ho fatto un salto al conce Triumph di Lucca con l’intenzione di provare la Explorer e la Tiger Sport. Ok per la prima, non ok per la seconda che, a quanto pare, sarà di nuovo in giro per concessionari da anno nuovo… E va beh, aspetteremo fiduciosi…

1. Estetica e finiture

As usual, de gustibus…

Che dire… Ha il becco, manubrio largo, selle belle grosse, cardano… Si vede al volo per cosa è concepita. A me non dispiace ma non posso certo dire che abbia una linea particolarmente originale. C’è molto “family feeling”con le 800, quello sì: fanale “sfaccettato”, becco (come detto), forme… Lei e le sue sorelle minori si assomigliano. Ma l’impatto estetico, come detto, non mi entusiasma più di tanto.

Per quanto possa capirne, mi pare ben fatta. Non mi piacciono i fanalini aggiuntivi (se non sbaglio sono di serie sulla XC). Ma questo è un fatto del tutto personale visto che, secondo me, non si possono vedere su nessuna moto…Comodi eh, non lo metto in dubbio; ma proprio brutti brutti.

Ah… Sempre se non sbaglio la XC è monocolore: verde militare e via andare.

2. Da fermi

E’ grooossa!!! A vederla senza salirci mi era sembrata “fisicamente impegnativa”. Quando c’ho messo le terga su ho avuto la conferma: le gambe stanno abbastanza larghe e si sente che ha una bella fisicità. D’altronde 260 kg a secco non sono bruscolini. Le manovre da fermo dovranno essere fatte con molta molta attenzione onde evitare di dover chiedere aiuto per ritirarla su.

La sella è comoda, non c’è che dire. Manubrio e pedane sono ad una distanza giusta (almeno per me che sono alto cca 185 cm). Braccia abbastanza larghe, schiena non troppo infossata.

Anche i blocchetti dei comandi sono ben accessibili ed i comandi intuitivi.

Suppongo che anche in due l’abitabilità sia ottima.

3. In giro

Ascolto quello che ha da dirmi il venditore prima della partenza: abs inserito e non lo toglierà; stesso discorso per il controllo di trazione. Da quelle poche spiegazioni avute penso che, a differenza ad esempio di BMW e Ducati, questo o c’è o non c’è. Non mi pare ci siano varie impostazioni di centralina, mappe o altro.

Ok, è ora: giro la chiave e via. Il sound c’è ed è Triumph abbestia; non mi dispiace. Saggio un minimo il gas elettronico (ho sempre problemi con questi cavolo di robi moderni… bel mi filo…) e scopro che è un po’ più duro di quelli che ho provato finora. Alleluia!

Ok, giù la prima e via che si va. Con un filo… Facciamo anche un filo e mezzo di gas, la XC si muove molto meglio di quanto mi aspettassi. Faccio lo sborone e guido per un pezzetto in piedi (sul porfido sia chiaro). Non sono un appassionato di off e non guido in piedi di solito. Però, per quanto possa valere, arrivo bene dappertutto e l’altezza del manubrio è tale per cui non devo piegarmi troppo. Anche l’equilibrio della moto è molto buono, tanto che posso curvare senza sporgermi più di tanto.

Mi siedo, faccio l’ingresso nel traffico e vediamo come va questo panzer. In movimento il peso sparisce: come detto la moto è molto equilibrata e la posizione che si ha consente un controllo molto molto buono.

Il motore gira regolare e faccio il test dei 50 all’ora: arrivo in 6 col motore a giri bassissimi, intorno a 2000, per poi dare gas senza scalare. E, come nel caso della 800, l’elasticità e la fluidità sorprendono. Davvero complimenti.

Proseguo il giro che purtroppo non permette delle grosse curve. La prima impressione però viene confermata: ottima guidabilità e qualche pensiero nelle manovre da fermo e/o bassa velocità. La moto si guida davvero con il pensiero ed anche a velocità non alte ma sostenute (diciamo intorno ai 100km/h) si riesce a cambiare direzione senza troppo sforzo.

Mi hanno fatto un’ottima impressione anche i freni: ottima potenza, forse anche un po’ troppo.C’è da dire che per fermare un 400 kg (tra moto, carburante e pilota non è certo difficile raggiungerli) non si può certo andare tanto per il sottile.

Purtroppo il tempo a disposizione è poco e rientro verso il conce. Mi concedo però una “sparata” (non ditelo in giro però che di multe ultimamente ne ho già prese anche troppe…) su una bretellina, cercando di raggiungere velocità prossime a quelle autostradali. I 130 li tengo per poco però mi pare che dalle pedaline salgano un po’ di vibrazioni fastidiose. Andrebbe provato ancora un po’ ma devo “atterrare”.

4. Commenti

Penso che la XC possa essere un’ottima moto da viaggio. Per fare off è decisamente troppo grossa e pesante. Abitabilità, guidabilità e ciclistica sono goduriose davvero, i freni sono finanche troppo potenti. Motore spettacolare, sia come cavalleria che elasticità ed erogazione. Tira praticamente da subito e per trovare un po’ di birra non c’è da salire nell’iperspazio.

Note negative: estetica un po’ neutra, motore che scalda abbastanza, turbolenze che si creano tra casco e cupolino che, sebbene usato nella posizione più alta, secondo me non ripara a sufficienza.

Da verificare i consumi (tra peso e cavalli mi sa che di biada ne serve un bel po’…).

Di listino viene via intorno ai 16.000€, prezzo in linea con le varie concorrenti.

Cavolo…possibile che per cambiare moto servono così tanti soldi???

Alla prossima e buona strada!

BMW GS MY 2013 – La mia prova

Ebbene sì. L’ho fatto… Ho provato pure questa. Ormai c’ero, pareva brutto lasciarla fuori. Solita modalità della prova della Hyperstrada: moto ritirata in orario di chiusura del concessionario, prova di due ore abbondanti.
Prima di questa, come BMW, avevo guidato una GS 1200 del 2007 ed una GS ADV, solita serie. E non ero rimasto entusiasta. Sì certo… Grande moto, grande ciclistica, ottimi freni. Ottimo tutto. Ma quel telelever che non mi faceva sentire la ruota anteriore proprio non mi era andato giù. Tutto questo discorso della fiducia, ti devi fidare… Ma che siamo grulli??? Io la ruota davanti sono abituato a sentirla tra le mani; è quel pezzo di moto che attacca me all’asfalto e viceversa; e questa connessione deve farmi capire cosa sta succedendo lì davanti.
Proprio ‘sta cosa non mi era andata giù.
La prova della GS 1200 MY2013 parte quindi con questo “vizio di forma”.

1. Estetica
Non mi fa impazzire. Certo, anche bendati si capirebbe che è una GS: becco (un po’ meno regolarmente rotondo), sguardo “strabico” (questa però ha la “matita”, visto il fascio di led che dà un tocco moderniZZimo), scarico laterale (non più rotondo ma ovalizzato), cardano. Scarico e cardano sono a posizioni invertite rispetto ai modelli vecchi (chissà perché… forse per dare un altro segno di rottura col passato). Cambiano un po’ anche le plastiche ma la GS è sempre quella.
Però, come sempre, de gustibus.

2. Da fermi
Veloce spiegazione del commerciale che “te la metto in modalità sport tanto…” e accende. E io rispengo che devo finire di vestirmi. Il sound però mi piace assai.
La posizione in sella è comoda: seduta ben imbottita, sella che permette di muoversi in tutte le direzioni, manubrio largo ma non troppo, distanza sella-pedane corretta (sono alto 185 cm cca).
La accendo di nuovo (appena girata la chiave si sentono i vari “rumorini” tipici di robe elettroniche) e la tiro su dal cavalletto. I piedi arrivano bene in terra. Facendo manovra “a spinta” la moto non mi è parsa particolarmente pesante.

3. In giro
Metto la prima (frizione morbidissima!) e… Non riesco a partire… Maledetto gas elettronico. Prendo le “misure” (detto tra noi… sembro un omino col cappello che parte in macchina in salita…) e pian piano parto.
La distanza pedalina-cambio è decisamente eccessiva: per poter utilizzare il cambio devo muovere il piede e non poco.
Entro in una rotonda e la percorro a filo di gas, in seconda. La moto non si scompone per nulla anche se sto viaggiando veramente a velocità bassissima.
Esco dalla rotonda ed imbocco una statale e la prima prova che faccio è “sull’elasticità” del motore: a velocità molto bassa, intorno ai 60 all’ora, arrivo fino alla 6°. Viaggio un po’ a velocità costante e poi do gas. La GS reagisce in modo splendido: zero scosse, vibrazioni ma non troppo. Riparte e via.
Molto molto bene.
Scalo fino alla 4° e do gas in modo un po’ più deciso. Ed il boxer mi spara a velocità oltre codice senza batter ciglio. Anche la protezione dall’aria è già buona sebbene il plexi sia nella posizione più bassa (solo a fine giro ho capito come poterlo alzare…).
Cambio mappatura appena mi infilo in un abitato e devo dire che la differenza si sente tutta, sia nell’erogazione che nell’assetto.
Girottolo un po’ tra incroci, macchine, rotonde. La GS è una bicicletta. Nonostante la mole non sia da minimoto o da motard (siamo sempre sui 230 kg di moto, a occhio e croce), posso procedere in assoluta tranquillità con un filo di gas, tanto non strappa, quasi dimenticandomi del cambio, ed impostare le curve senza fatica. Decisamente ottimo.
La sensazione che avevo con il vecchio modello, ovvero di NON sentire l’anteriore, è sparita del tutto. Questa GS mi dà una confidenza enorme.
Punto l’anteriore verso il monte Serra e metto una mappatura un po’ più cattiva, indurendo anche le sospensioni. E via andare.
Inizio “la scalata” divertendomi a scorrere in curva: l’ingresso in curva posso farlo guardando dove voglio andare, la moto mi segue tranquillamente; imposto la traiettoria, problemi zero; percorrenza di curva ottima; in uscita do gas, che sia poco o tanto non cambia, la ciclistica fa il suo dovere egregiamente. Divertimento assicurato!!!
La discesa in piega è morbida e non c’è bisogno di usare tanto il busto per impostare e curvare. Sono rimasto sbalordito, sinceramente. Non mi sarei aspettato questo connubio di comodità e “sportività”. E’ enormemente facile da guidare.
Mi diverto non poco, lo ammetto candidamente.
Vado avanti cercando di strapazzare la moto, accelerando bruscamente oppure percorrendo curve strette in marcia alta ma niente sembra scomporre la GS.
Le due ore (ed un po’) di prova volano via. A malincuore ripongo la tedesca nella “vaschetta”.

4. Commenti
Tanta, tanta, tanta roba. C’è tutto quello che serve per fare turismo, in uno ed in due, e divertirsi. Non l’ho prova in off ma lì penso che possano venire fuori dei limiti.
Un altro limite grosso è il prezzo: siamo sui 15.500 per il modello base. Poi ci sono i vari pacchetti con manopole riscaldate, faro a led (già già, non è di serie…), scarico Akrapovic, ESA (già già, non è di serie…), cruise control (ma via deh…), divano in pelle, doccia, autista. Oddio, quello magari no… Sennò che gusto c’è???
Lo so che sto per dire/scrivere un’eresia ma… Mi sono trovato più a mio agio con questa che con la Multi 1200. Che stia invecchiando??? AnZiaaa!!!
Ah… sì sì… una pecca!!! Un po’ troppo caldo dalle teste sulle caviglie.

Buona strada :)

E’ Bellissima Quando Dorme (La Pioggia Dentro)

Dorme. Accanto a me. Indossa solo la sua bellezza naturale, originale.
Cos’è la bellezza originale? E’ quella che noi, tutti, esprimiamo quando dormiamo. Senza pose, trucchi, vestiti; solo il nostro essere. La stessa che ha un bambino nella culla, accanto a sua madre. Nessun filtro o pensiero o necessità di apparire.
Io, mentre lei dorme, non posso far altro che osservarla. O, meglio, potrei fare altro: potrei
dormire, andare in cucina a mangiare qualcosa, bere un bicchiere. Ma tutto questo vorrebbe dire allontanarmi da lei e perdere la bellezza che, inconsciamente, mi sta regalando. E questo non avrebbe senso alcuno.
Perché allontanarmi da uno spettacolo così potente, così naturale? Per perdere anche gli odori che ora ci avvolgono? Quel profumo di noi che inonda la camera.
Abbiamo fatto l’amore, è estate, fa caldo e siamo ancora sudati. E tutto ciò è fantastico,
indescrivibile. Non ci sono abbastanza parole e nessun genio letterario potrà mai descrivere quegli attimi, i profumi, i suoni, gli sguardi, le mani. Non c’è modo. Qualsiasi arte espressiva che l’uomo ha inventato o inventerà non potrà mai cogliere e descrivere l’essenza di quei momenti.
Sempre che una forma d’arte possa essere inventata anziché scoperta, ovviamente.
Io, da buon ometto, mi sono addormentato prima di lei. Ma solo dopo essermici sdraiato accanto, averci giocato un po’ ed averla abbracciata; ho chiuso gli occhi e dormivo serenamente ma, dopo non so quanto, lei si è mossa e io mi sono svegliato. Per fortuna, aggiungerei.
E’ così bella mentre dorme.
Inizia a piovere. Almeno rinfrescherà un po’. E’ così che si dice, vero?
Lei dorme ancora ed io vorrei che questo fosse un sogno. Così, per sicurezza. Perché se lo fosse davvero, un sogno, lei non mi lascerebbe mai ed io potrei guardarla dormire tutte le notti. E poi svegliarmi con lei, andare in giro, ridere, scherzare. Litigare, anche. Ed invece so già che questo stato di grazia, questi effluvi, questa situazione così viva nonostante il silenzio, passeranno.
E cosa mi rimarrà di tutto questo? Ricordi, solo ricordi. E nessun mattone con cui costruire il mio, il nostro futuro.
E a lei, cosa rimarrà? Mi chiedo, veramente, che cosa vuole che le rimanga di tutto quello che viviamo quando stiamo insieme.
Sì, giuro. Vorrei che tutto questo fosse un sogno. Come quando ci siamo conosciuti.
Era un periodo un po’ così; sereno variabile con tendenza al peggioramento.
Invitato, imbucato per dirla tutta, a cena a casa di amici di amici. O, meglio, a casa di un’amica di amici. Lei nemmeno sapeva che io sarei andato. Era, ed è ancora, talmente tanto in confidenza con chi me l’ha presentata che venne ad aprire la porta in tuta e pattine, il massimo dell’eleganza e della sensualità.
Ma a me tanto è bastato. L’ho guardata per un minuto, forse due, mentre rimproverava gli altri presenti per averle nascosto l’ospite inatteso, che così non si fa, che la dovevano avvertire che così avrebbe preparato qualcosa di buono invece di prendere un kebab dal “kebabbaro di fiducia”.
Beh, per dirla tutta, quella porta avrebbe potuto aprirla anche con indosso tutto o nulla, avrebbe potuto preparare le migliori prelibatezze del mondo o anche una carota lessa scondita e a me non sarebbe cambiato niente.
Mi era entrata sotto pelle non appena mi aveva stretto la mano e guardato dritto negli occhi. Ero a malapena riuscito a dirle il mio, di nome, e a mollare le 6-Moretti-6-oh-ma-è-quella-buona.
Per me tutto era iniziato lì.
“Ehi… Pronto… C’è qualcuno in casa?? Guarda che quella non fa per te, te l’ho già detto. Dai retta, lascia stare che ti fai male.”
“Eh sì dai su, m’ero distratto un attimo. Certo però… Complimenti eh! Gran bel pezzetto. E poi… stica che fortuna che ha!”
“Concordo. Quella fortuna lì ce l’ha sempre avuta, da quando eravamo ragazzi. Sfida la legge di gravità e, secondo il mio modestissimo parere pur non avendoci, puLtroppo e devo dire puLtroppo, mai messo le mani o qualcos’altro sopra o intorno, secondo me è una delle prove dell’esistenza di Dio.”
“Amen fratello.”
“Sì… Ma viva la sorella.”
“Eccerto.”
Si avvicina.
“Voi cosa confabulate? Avanti a me che si fredda.”
Tra il serio (poco) ed il canzoniero (tanto) indica l’isola dove la tavola, improvvisata, è servita. La lascio camminare davanti a me, leggendo varie volte la scritta sul taschino posteriore dei suoi pantaloni. Fin quando lei si volta ed io abbasso lo sguardo in terra, esclamando la prima cosa che mi viene in mente.
“Wengé!”
“No. E’ rovere trattato, color caffè. Può trarre in inganno. Ci sediamo?”
“Sì, certo.”
Forse l’ho sfangata.
“Ah… Freddy…”
“Scusa?”
“Sulla tasca. C’è scritto Freddy. E’ la marca della tuta. Se vuoi ti accompagno dove l’ho comprata…”
E lo dice sorridendo maliziosamente, mentre si siede sullo sgabello di fronte a chi mi ha invitato qui, prendendo posto con gli altri sull’isola di pietra bianca; gli altri che, spero con tutto me stesso, non hanno sentito il commento che lei ha appena fatto.
Non che ci sia niente di male nel riconoscere la fortuna altrui, intendiamoci. Ma farlo con la
padrona di casa, alla prima cena a cui si partecipa e, tra l’altro, essendo invitato da amici… Non è proprio il massimo dell’eleganza.
Osservo la compagnia a cui sto per unirmi e devo dire che sì, sarà una bella serata.
“Ehi ciccio… Ti siedi o fai da cameriere. Miiinchia se sei lento quando ti ci metti…”
“Seee vieni! Lo chiamavano Nembo Kid. Stai bono vai che quando si gioca a calcetto nel tempo che te fai la doccia noi facciamo la doccia, ci asciughiamo, ci cambiamo e andiamo a cena. Arrivi giusto giusto per il caffe’.”
“La calma è la virtù dei forti, caro mio. Vivere con lentezza. Perché correre io quando possono andare più piano gli altri? E poi… Mi spieghi… Ma dove cazzo avete da corre tutti tutto il giorno? No davvero… Te poi… Figlioli niente, fai i turni, a parte il calcetto non fai altro. Fie lasciamo perde. L’ultima fia di cui hai sentito parlare è la monaca di Monza, ai tempi del liceo. Un c’hai nemmeno il cane! Ma rilassati cinque minuti no!!! E poi lo sai cosa mi frega a me quando faccio la doccia? Lavarmi ed asciugarmi i capelli.”
“Ma se c’hai tre peli quando te ne prestano due???”
“Appunto! Avanti che l’ho trovati, lavati uno per uno piano piano sennò si rompono, il balsamo… Sai una storia te che con que’ capelli pari il cugino It!”
“Per non dire pettinarli poi!!! Uno da una parte, uno dall’altra…”
“… e l’altro in mezzo! Brindisino la la la là! Brindisino la la la là!”
Le bottiglie tintinnano. I suoi occhi ed il suo sorriso si fanno spazio dentro di me. Sento una vampata di caldo venire su dallo stomaco. Erano anni che non mi sentivo così.
“Giovane, hai caldo? Mi pari un po’ rosso in volto.”
“Sì effettivamente fa un po’ caldo.”
“Gnudo gnudo!!!”
“Aspetta la prossima partita di calcetto, tesorA. T’insapono la schiena.”
“Ohimmei son tutto un bollore peggio di te ora!!!”
“Allora! Voi due! La smettete o no??”
Uso l’intervallo imposto dalla di lui compagna per togliermi la felpa.
“Scusami, dove posso poggiarla?”
“Ma… Boh… Dove trovi. Scusa ma son tornata ieri da una trasferta di lavoro ed ancora non sono riuscita a sistemare. Per non dire quanto sono sottosopra per via del fuso. Guarda buttala là, sul divano accanto a quella che vorrebbe essere una libreria.”
Vado e, come sempre mi succede di fronte ai libri, mi fermo ad osservare. Non è curiosità, morbosità, psicologia spicciola (tipo “dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”). E’ che non riesco a farne a meno.
Mentre sono rapito dai nomi degli autori e dalla non lunga lista dei titoli, mi sento togliere la felpa di mano.
“Ha un po’ ragione il tuo amico però… Sei lento quando ti ci metti…”
A lei proprio non riesco a rispondere. Rimango imbambolato un’altra volta. Lo sa, l’ha capito. E’ la cacciatrice ed io la preda.
Torniamo al tavolo; la cena ed il primo giro alcolico sono sul finire.
Kebab azzerato, avanti con vino rosso e formaggio, giusto per gradire.
Poi dolce e Moscato perché “ho solo questo, ci doveva pensare lui ma se l’è dimenticato!”.
Caffè. Sigaretta.
“No ma dai non preoccuparti, fuma pure in casa.”
“No, grazie. Mi dà fastidio che rimanga l’odore. Vado fuori, mi rimetto giusto la felpa anche se non è così freddo. Ma preferisco, sai mai che prendo freddo…”
“… eh ti viene la tossina… Pooovero topo…”
Esatto. Hai detto proprio bene. Io sono il topo e stai giocando con me come farebbe un gatto.
Esco sul terrazzo e socchiudo la porta a vetri. Accendo la sigaretta, aspiro lungamente e guardo verso l’alto. Ci sono un sacco di stelle, lassù. Sembrano buttate là, in ordine sparso a caso, proprio come i miei pensieri stasera.
Il fumo esce e chiudo gli occhi; mi rilasso. Li riapro lentamente e guardo la scena che stanno vivendo in cucina, osservandoli dal mio nascondiglio in piena vista: ridono e scherzano, chissà di che parlano.
Dio mio com’è bella. E lo è in ogni cosa che fa: mentre parla, mentre ascolta, mentre toglie i piatti ed i bicchieri dal tavolo.
Do uno sguardo in giro: piccole piante grasse, pavimento un po’ vecchiotto, erba cipollina, salvia, menta. E, da una parte, proprio attaccato al parapetto, un vaso di rose. Come per magia, d’improvviso, mi vedo in quell’angolo, per mano ad una bambina bionda, come me, e con le labbra carnose e gli occhi chiari, come lei.
“Ehi… Cugino It… sei tra di noi?”
“Oh… Sì sì, stavo quasi per rientrare. Carino qui, davvero. Sia dentro che fuori; hai proprio una bella casa.”
“Oh, grazie, sei gentile. Anche se, effettivamente, non è mia.”
“Ah no?”
“Eh no… E’ del…”
“Della banca?”
“Eh… Ecco… Sì… Della banca…”
“Beh, non c’è da essere imbarazzati. Siamo tutti nella stessa condizione. Io manco ce l’ho casa mia, sono in affitto, pensa un po’.”
“Hum… Beh, ascolta, non voglio parlare di questo ora. Superalcolici?”
“Ma… Per la verità domattina dovrei andare a lavoro ed ho il turno di mattina…”
“Ascolta… Potresti continuare ad essere carino ancora per un’oretta e non rompere? Vuoi metterti a fare il dottorino preciso e serio proprio adesso?”
“Beh… Se me lo dici così…”
“Ecco, appunto, te lo dico così. Avanti, rientriamo e beviamo qualcosa.”
Mi gira di spalle e, nel farlo, mi prende per mano, portandomi dentro. La seguo come se fossi un cane col suo padrone; potrebbe portarmi a sperdere o nel posto più bello del mondo ed io non obietterei nulla in entrambi i casi.
Mi siedo di nuovo accanto al mio, al nostro, amico mentre lei esce ancora per prendere la menta necessaria ai mojito che ha deciso di preparare.
“Eccoci, siamo a posto. Ti abbiamo perso. Guarda, te l’ho detto prima di venire, quando siamo arrivati e te lo ripeto: lasciala stare. Ti fai male. Ce ne sono tante in giro per il mondo e non penso ti manchino occasioni per conoscere delle gentil pulzelle a cui dedicare serenate, pagare cene e magari ricevere un minimo di attenzione in cambio. Sì, è vero. Lei è proprio un bel pezzetto. Ma lascia stare. La conosco da un sacco di tempo e diciamo che ha sempre vissuto in modo… Libero… Per usare un eufemismo. Ora pare che abbia trovato un po’ di pace ma è e rimane una golosona. Dai retta a me, girati di là e lasciala stare.”
“Sì… Sì sì, tranquillo.”
Sono convincente quanto un politico che promette di abbassare le tasse.
Mojito. Caffè. Altra sigaretta. Altro mojito.
“Oh… Ora basta. Altrimenti ti dormo sul divano e domani mi porti te a lavoro e mi giustifichi col primario per la mia totale incapacità di fare qualsiasi cosa.”
“Ok ok, si può fare…”
“Seee… Via via, tutti a letto.”
Ci salutiamo calorosamente e me la gusto ancora un po’. Proprio non mi va di andarmene ma, forse, è meglio così. Ha ragione lui nel dirmi che mi farei male.
Usciamo, ascensore, piano terra, scooter.
“Ascolta, la prossima settimana mi sa che dobbiamo cambiare giorno per il calcetto. Come sei messo mercoledì sera?”
“Aspetta, fammi dare un occhio all’agenda.”
Giacchetto, tasca interna. Nulla. L’altra. Vuota. Jeans. Niente. Sotto sella se per sbaglio l’ho messo lì. Macché.
“Ho perso il cell!”
“Sie… Sei uscito di casa ora. O è rimasto nell’ascensore o ti è rimasto su. Ascolta… C’è dell’aria ed ho una chiamata inderogabile e non delegabile.”
“E mi sa anche che ci sono delle perdite.”
La faccia disgustata della sua compagna completa la descrizione della situazione.
“Appunto. Io vado. Tanto lo ritrovi. E se non lo ritrovi… Beh, son…”
“Cazzi miei. Ovvio. Ti chiamo domani. Fai un bel lavoro.”
“Beh… Lo sai… Il mio è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.”
“E tu sei il migliore in quello che fai.”
“Esatto. Notte ciccio e ricordati quello che ti ho detto prima. Andiamo donna, sali sul mio potente cavallo di ferro.”
“Ciao bellone. Facci uno squillo quando arrivi a casa.”
Partono dopo una sgasata. Non sono sicuro solo di acceleratore.
Suono il campanello. Mi risponde.
“Vendesi… Smartphone semi nuovo…”
“Appunto… Arrivo. Grazie.”
Arrivo al piano e lei mi aspetta sulla soglia.
“Eccolo qua, intonso.”
“Grazie. Scusa.”
“Tranquillo, nessun problema. Però se avevi voglia di rivedermi così al volo potevi dirlo!”
“Beh… Ma… No è che…”
Mi passa il cellulare e torna in casa, chiudendo la porta, senza aspettare una mia risposta di senso compiuto; ridendo. Di me?
Percorso inverso, giacchetto, scooter, cell al suo posto. Casa. Fine di una intensa serata. Notte mondo.
La mattina arriva troppo presto, troppo rumorosa, troppo lucente. Ho dormito poco e male; una perfetta combinazione per avere un inizio di giornata veramente pessimo.
Il traffico cittadino non mi risparmia niente. Lo sclero da “orario ingresso lavoro-scuole-risveglio-oddioètardi” è veramente un ottimo esercizio per la pazienza e l’autocontrollo. Per fortuna la potenza del buon Ludovico Van surclassa, nettamente, il grigiore del traffico, il casino che questo genera, l’avvilente abbrutimento delle persone che guidano. E ringrazio le moderne tecnologie di esistere e permettermi di ascoltarlo anche mentre guido. Il problema è che prima o poi l’iPod devo riporlo, non posso stare in corsia con le cuffiette negli orecchi. Quindi stop Beethoven, start corsia e pazienti. Questi sì, pazienti, ma davvero. Al confronto muoversi nel traffico è una botta di salute.
Fine turno, finalmente. Ho un mal di testa da panico e non vedo l’ora di essere di nuovo a casa per
potermi rilassare e dormire.
Il cell mi ricorda che sono connesso col mondo e non solo con la mia testa. Sconosciuto. Rispondo.
“Ciao cugino It. Come stai?”
Ma dai…
“Oh… Dottore… Pronto? Ci sei?”
Ma dai su… Non è vero…
“Ehi… Spostati che non ti sento! Io segnale ce l’ho!”
E ora?
La voce si allontana.
“Ma… Io segnale ce l’ho… Stai a vedere che m’è saltato un’altra volta il microfono… Che due palle ‘sto coso…”
La voce torna al volume iniziale.
“Oh… Dottore… Se mi senti bene altrimenti ti manderò sms…”
Che faccio? Le rispondo? Ma come fa ad avere il mio numero? Io non gliel’ho dato. I ragazzi neanche. Ok, rispondo.
“Ehi… Ciao… Pronto? Pronto???”
Coglione. Sei un coglione. Ma non un coglione di mulo, un coglione nel senso pirla. Lei ti chiama e te che fai? Cincischi e la perdi. Bravo. Cazzo. E ora?
Osservo il telefono. Tanto richiama. Per forza, richiama. Oppure mi manda sms e se lo fa a quel punto il suo numero l’avrò anche io.
Su. Avanti. Suona. Segnale c’è. E c’era anche prima, coglione un’altra volta.
Dai che ti costa. Chiama dai. Suona cazzo. Vibra. Fa qualcosa!
Ha detto sms ma forse intendeva qualcos’altro. Fammi vedere. Zero, niente messaggi da nessuna parte.
Coglione. Cazzo. Lei ti chiama e te che fai? Pensi, rifletti. E certo… Tanto vero che ti costa? La recuperi quando vuoi no? Pirla. Ebete. Minchia.
“Ciao dottore. Ma non hai staccato?”
“Eh… Oh… Sì… Cosa? Sì.”
“Ripigliati! Mettici un po’ di tabacco almeno!”
“Seee… Ho smesso. Via, vado. A domani.”
“Domani sei di festa, rinco. Hai badgiato?”
“Sì… Cioè… Boh… No. Penso di no.”
“Oh… Ma che hai? T’ha chiamato la donna e t’ha detto che è incinta?”
Quell’angolo appare ancora ed io, come ieri sera, sto giocando con la stessa bambina.
E’ bella come la Natura.
“Ehi… Pianeta terra chiama base lunare Stordy… Uè stordito, sei tra di noi???”
“Sì… sì sì. Son cotto, scusami. Dormito poco, turno peso. Meglio andare a casa e vedere di riposare un po’.”
Badgio e vado. Son talmente sfasato che non metto neanche la musica nelle orecchie.
Finalmente casa. Posta: bollette, cartolina, pubblicità ed un foglio bianco con poche parole.
“Ciao dottorino. Sei un maledetto bastardo. Crepa.”
Poche parole a firma Marzia. Molto bene. Un’affermazione sintatticamente e grammaticalmente corretta; contenuto tuttavia un po’ scarno e non del tutto condivisibile. Il dono della sintesi, effettivamente, non le è mai mancato; né a parole
né nel nello svestirsi. Direi che posso cancellare il numero dalla rubrica. E comunque, se niente c’è, io bastardo ma tu zoccola.
Dopo questa breve parentesi rosa, inizio a salire le scale cercando di non pensare alla telefonata ed a quanto sono stato pirla.
Alleluja, sono arrivato. Lungo sorso d’acqua, tolgo giusto giacchetto e scarpe e mi butto sul divano, troppo stanco anche per emettere un singolo suono diverso dal respiro.
Come as you are mi riporta nel mondo degli svegli. Possibile che uno non può farsi i cavoli propri mai, ma proprio mai?
“Pronto!”
Scocciato. Assonnato. Stonato. Parecchio.
“Oh cugino It, allora ci sei…”
“Pronto?”
Sorpreso. Sbalordito. Meravigliato. Molto.
“Ma… Scusami, ti ho svegliato? Ti disturbo?”
“Eh sì…”
“Ah, allora ci sentiamo poi..”
“No! Cioè… Sì… No… Non ce la posso fare…”
“Mi pare di no. Ascolta: esco per un caffè e forse un aperitivo. Se ti va, ci troviamo al bar del Cicco tra venti minuti. Ok?”
“Ma…”
Niente, ha riagganciato senza aspettare la risposta. Guardo la lista delle chiamate ma niente, ancora sconosciuto. E come la ricontatto?
Sono un rottame, non posso andare. Ma se non vado quando la ribecco? Ok, vado.
“Dai retta, lascia stare che ti fai male”
Sì va beh, ma è solo un caffè e forse un aperitivo. Che sarà mai? Ok, vado. Ho deciso.
“Ti abbiamo perso. Dai retta a me, girati di là e lasciala stare.”
Grillo parlante… Ma proprio ora? Solo un caffè e forse un aperitivo. Che sarà mai. Mi stacco quando voglio. Vado.
Sì, vado. Ma dove vado conciato così? Quanto ha detto? Venti minuti? Non ce la farò mai.
Mi spoglio mentre vado in camera, disseminando i vestiti ovunque. Sciacquata veloce, cambio giacca e scarpe e via. Mentre faccio le scale a due a due ripasso la strada per arrivare al bar.
Scooter e via a velocità razzo.
Son tutti troppo lenti. Mi fiondo nel traffico e, come una scheggia impazzita, viaggio più veloce della sua corrente, suonando e lampeggiando per farmi strada ad ogni metro che percorro.
5 minuti.
Semaforo arancione. Lontano ma ce la posso fare. E’ rosso, ma ormai ci sono sotto. Passo.
3 minuti.
Pedone cazzo stai fermo lì! Siamo in Italia, non lo sai?
1 minuto.
Ma dove cavolo devono andare questi, TUTTI questi, TUTTI insieme, a quest’ora?
0 minuti
No, la coda no! Avantiii! Fatemi passare, Cristo!!!
+3 minuti
Sono in ritardo. Cazzo. Lo sapevo. Maledetto me e le mie manie di cambiarmi.
+5 minuti
Bar del Cicco. Arrivato. Parcheggio. Via il casco, riassettata generale. Mentina per l’alito ed entro.
Lei non c’è. Vuoto.
5 minuti di ritardo sono troppi da aspettare?
Mi avrà chiamato per sfancularmi, ovviamente. No. Sms. Niente. Altri messaggi. Nulla.
E allora??? E non posso neanche cercarla io.
Sono inerme, completamente abbandonato allo sconvolgimento dato da questo sentimento che non riesco a gestire.
Esco e mi guardo intorno, sperduto nella città dove abito da una vita, alla ricerca di qualcosa, di qualcuno, che possa rassicurarmi. Lei non c’è ed io non so cosa fare.
Suona il cell. Sconosciuto.
“Pronto?”
“Ciao, sono io. Scusami, sono leggermente in ritardo, ho trovato un traffico che non pensavo. Arrivo.”
“Tranquilla, non ci sono problemi.”
“Ok.”
Chiude.
Come potrebbero esserci problemi ora che so che sta arrivando. Mi specchio nella vetrina del bar e metto di nuovo a posto quello che, in realtà, a posto già lo è.
Eccola, arriva. E’ stupenda, ancora più bella di quando l’ho vista la prima volta. E, soprattutto, è fantasticamente, meravigliosamente, terribilmente accompagnata da qualcuno.
“Ciao cugino It! Come stai? Scusa se ti ho fatto aspettare ma ho trovato traffico, lei mi ha chiamata, era tanto che la vedevo e mi son detta perché no, facciamo una cosa a tre. Nel senso buono del termine eh, non essere malizioso subito tu! Quindi l’ho caricata su e siamo venute in qua. Ci sediamo?”
Non aspetta la risposta ed entra nel bar. Io, lei e l’altra: un appuntamento da perfetti teenager.

Iniziamo con un giro di birra e cerco di star dietro alle chiacchiere da donne che sovente escono da quelle labbra. Mentre parla gesticola all’infinito e accompagna ogni discorso con smorfie, sbuffi e lunghi sorsi di birra.
Cambiamo bevanda, mangiamo qualcosa e la situazione va avanti. Cosa fai, cosa non fai, ma dove abiti, beh se vuoi ti faccio vedere, ma dai su corri troppo.
Nonostante gli sforzi però l’amica proprio non riesco a mandarla via.
“Ora scusatemi voi due ma tutto questo bere… Sapete com’è… Le donne hanno la vescica piccola…”
Torna dopo poco. Durante la sua assenza non abbiamo aperto bocca, più presi dai nostri cellulari che dal sano interesse di scambiare quattro chiacchiere con una persona che non si conosce.
“Beh? Allora? Che sono ‘ste facce? Mi allontano un attimo e cadete nell’apatia? Dai dai su su animo ragassuoli!!! Su su!!!”
L’incitazione è accompagnata da un battito di mani. Le suona il cell, osserva il display e si fa scura in volto.
“Scusate, esco un attimo.”
La osservo mentre esce e mi domando come mai, indipendentemente da quello che dice, non riesco quasi mai a replicare. Mi toglie l’uso della parola.
Cammina nervosamente sul marciapiede e, automaticamente, mi faccio l’idea che ci sia qualcosa che non va e che l’aperitivo, ahimè, stia per finire. E, sinceramente, non ci ho fatto proprio una bella figura. Mi convinco a lasciar perdere il mio cellulare e provare a parlare con la sua amica per i due minuti che mi rimangono ma, appena apro bocca, lei abbassa lo sguardo verso la borsa ed estrae il suo, di telefono.
“Scusami…”
“No no, ci mancherebbe, fai pure.”
“Pronto? Ma sei fuori? Ma che chiam… Ah… Ok. Sì sì sì… No no ovvio. Ma sììì dai tranquilla, ci mancherebbe altro che non ti do una mano. Come? Sì sì, pagamento solito. Cena alcoolica a fine mese e siamo pari.”
Con un orecchio ascolto lei mentre continuo a guardare fuori. E’ ancora lì, ancora più agitata di prima; ora è piantata nel mezzo del marciapiede, dritta e dura, mano sinistra all’orecchio e mano destra che, pollice ed indice congiunti, fa su e giù.
Che bello… Esco con due ragazze ed entrambe stanno parlando al cellulare. In contemporanea.
Forse questa è l’ennesima dimostrazione che la birra è meglio di una donna: è qui, di fronte a me, bionda, disponibile, gustosa. E non ha un cellulare.
L’amica interrompe la telefonata.
“Scusami. Aspetto che rientri lei e la saluto. Emergenza tra donne…”
“Ah, ok. Spero niente di grave.”
“No no, tranquillo. Anzi!”
“Meglio.”
Continuo a preferire la birra. Tiro un altro sorso. Lei rientra e si siede.
“Ma tu guarda questi oh! Non basta che ti fai un mazzo tanto, no! Devono rompere pesantemente anche quando sei fuori ufficio. E tutto perché? Perché la gente non ha voglia di sbattersi cinque minuti in più. Ma lasciamo stare via. Beviamo?”
“Scusami cara io devo andare.”
“Ma no! Ma come??? Di già? Ma dai su!”
“No davvero, mi spiace ma devo.”
Le si avvicina all’orecchio, sussurrandole qualcosa di ilare vista la reazione.
“Visto che è così, non posso che darti ragione. Vai e fai il tuo dovere! Lascia che questo lo offro io. Così dovrai invitarmi tu la prossima volta!”
“Ok ok, va bene! Ciao e piacere di averti conosciuto. Alla prossima allora!”
“Sì. Ciao. Grazie.”
Birra finita; e con lei l’aperitivo ed il tempo a mia disposizione per parlarle.
Mi osserva.
“Che dici se” sussurra bagnandosi le labbra, delicatamente, con la lingua “prendessimo ancora qualcosa e poi magari facciamo due passi?”
No. Sbagliavo. Donna vince contro birra. A mani basse, tra l’altro.
“Ok ma qualcosa di veloce che mi è un po’ passata la voglia di stare qui.”
“Un bicchiere di rosso?”
“Ma sì dai, facciamo pure questo bel mescolone.”
Un merlot ed un sangiovese scivolano via veloci giù nell’ugola, facendo salire ulteriormente l’allegria e la semplicità di relazione.
I due passi diventano quattro, poi otto, poi mezz’ora di camminata, a parlare del nulla più assoluto inframezzato da domande epiche e filosofiche, in completa balia di una coscienza moderatamente sbronza che ci porta più a ridere e scherzare che a fare o almeno tentare di fare due discorsi seri o, e forse sarebbe meglio, a cercare di conoscerci un po’ meglio.
Siamo entrambi abbastanza adulti da capire come finirà questo incontro.
“Benedetta la telefonata di quell’amica… E benedetto quel sangiovese che ha affogato il grillo parlante che si stava già riaffacciando…”
“Che dici?”
“Oh… Nu nu… Nulla. Stavo pensando a voce alta. Ti accompagno alla macchina?”
“Dici? Saresti così cavaliere?”
“Ovviamente. E così magari tra vai e torna la smaltisco anche un po’.”
“Ah ecco. Allora lo fai per te, non per me… Una gentil donzella sola e impaurita… Che torna verso la propria magione… Alla mercé dei bravi di manzoniana memoria…”
“Sì… Certo… Soprattutto impaurita… Andiamo su.”
“Oh ma che gentile e cortese. Addirittura mi offri il gomito?”
“Sì ma solo dopo averlo alzato. Così mi aiuti ad andare dritto…”
“Ma che sei concio per davvero a questo modo?”
“Ma… Chissà…”
No, non sono messo così male. Ma se una finta di questo tipo può essere utile per starti appiccicato addosso, va bene. Sì sì, lo so “Dai retta a me, girati di là e lasciala stare.”… E’ pericolosa e tutto il resto. Ma mi va bene così.
Camminando continuiamo a scherzare e, tra una finta sbornia ed una vera attrazione, arriviamo all’auto. E qui tutto accade in fretta: un bacio per salutarsi diventa la miccia, breve, per l’esplosione della passione; un lampione spento nel parcheggio diventa un luogo dove appartarsi; i sedili posteriori dell’auto diventano l’appoggio sul quale scatenarsi finché ce n’è.
Come ad ogni cena a base di carne, qualcuno presenta il conto e qualcun altro deve pagarlo.
Con il fiato ancora corto, lei presenta il conto.
“Cazzo… Mi hai fatto fare tardissimo! Devo scappare!”
“Lo sapevo! In realtà sei una strega e mi hai fatto bere un filtro d’amore! Ora capisco tutto! Se aspetto altri cinque minuti chi diventi? La strega di Biancaneve?”
“Dai dai scemo! Rivestiti! E’ tardissimo!”
“E che sarà mai? Mica hai un figlio a casa che ti aspetta!”
“Ho detto che è tardi! Su! Non farmi innervosire e vestiti!”
A me tocca pagarlo con lo stordimento del passare, in meno di un attimo, da essere una cosa sola con lei all’essere scaraventato via, come foglia in tempesta.
Inebetito, mi rivesto senza ricompormi, continuando ad osservare la scena fin quasi a vedermi dall’esterno, estraneo a tutto ciò che mi sta accadendo intorno.
“Ok ci siamo. Non ti spiace tornare allo scooter da solo vero? Ok, ciao, grazie, ti chiamo io. Ah, butta via anche questo.”
Fine delle trasmissioni. Essere rapiti dal sentimento e rilasciati dall’indifferenza, per di più in fretta e furia, non è bello.
Così, catapultato fuori dalla macchina, calzoni aggiustati alla bell’è meglio, spettinato, un
preservativo che triste mi penzola da una mano, maglia e giacchetto nell’altra, guardo la macchina che si allontana verso la strada. Triste, solo, abbandonato.
E’ tutto talmente assurdo che si… E’ per forza uno scherzo e lei ora tornerà indietro, ridendo di me, e finiremo la serata insieme.
Per forza…
Presto realizzo che non è così e, ancora attonito, mi avvio mesto verso lo scooter e da lì verso casa.
Guido, senza convinzione ne’ interesse, verso quel letto che avrei voluto condividere con lei stasera.
Neanche un posto di blocco, le domande dei poliziotti, l’alcol test per fortuna andato bene che però non mi salva dal verbale per non avere i miei documenti con me mi svegliano dal torpore in cui sono caduto.
Arrivo a casa, parcheggio, casco nel sotto sella; guadagno l’entrata. C’è qualcuno che mi aspetta. Ma so che non è lei.
“Ciao dottorino. Non merito neanche una telefonata dopo quello che ti ho scritto?”
Rimango accanto a lei, mi guarda fisso in faccia. Ha degli occhi neri e bellissimi.
Le sorrido mentre metto una mano in tasca; con l’altra prendo la sua, continuando a sorriderle dolcemente, mentre delicatamente le appoggio il frutto dei miei lombi, e relativo involucro, sul palmo.
“Ma… Ma… Ma… Che cazz…”
“Ah, no… Scusa. Prendi anche questi.”
“Due euro? Ma tu sei fuori!”
Me ne sta già andando.
“Ma… ma… Oooh!!! Ma che cazzo fai??? Come ti permetti? E’ tutto quello che hai da dirmi??? Fottuto stronzo!!!”
Torno indietro. Mano di nuovo in tasca.
“E’ vero, scusa. Mi ero dimenticato che non fumi. Tieni.”
Un accendino. Lei non capisce; io, sorridendo, le spiego.
“Ora esci dal cancello, gira a destra, butta il preservativo nel bidone e prosegui. Poco dopo c’è una pompa di benzina. Prendi du’ euro di benza e datti foo. E smetti di frantumarmi i coglioni. ‘notte.”
Giro le spalle e me ne vado, ricevendo nella schiena i doni appena fatti con tanto affetto,
unitamente a grida ed offese di vario genere. Ma non mi importa nulla.
Salgo le scale e proprio sul pianerottolo il telefono squilla.
Sconosciuto.
Rispondo prima del secondo squillo.
“Ciao, sono io.”
“Ciao, tutto a posto? Sei arrivata? Come stai?”
“Sì sì, tutto ok. Scusami per prima sono stata troppo brusca.”
“Ma no no, non preoccuparti. Nessun problema.”
“Bene. Ora ti saluto che domani ho una giornatona. Ci sentiamo presto. ‘notte.”
“Ciao. Bac…”
Tu tu tuuu… Tecnologia batte sentimento venti a zero. Però ha chiamato e si è scusata. Però sei un pirla. Non hai il suo numero. E, così giusto come nota aggiuntiva, magari potevi chiederle se durante la gara di contorsionismo di coppia il tuo portafogli ha deciso di migrare dalla tasca dei tuoi pantaloni al sedile o ai tappetini della sua auto. In fin dei conti dentro hai solo bancomat, documenti, carta di credito, badge…
Salgo le scale, è ora di dormire.
Da quella sera è passato un anno e mezzo.
Il portafogli mi fu reso la sera seguente, in un altro parcheggio, dove però non successe niente, neanche un bacio di saluto.
Incontro breve ma educativo, durante il quale mi spiegò come avesse fatto ad avere il mio numero (squillo sul proprio telefono mentre io ero giù cercare il mio telefono, poi cancellata chiamata dallo storico) e di come le telefonate sua e dell’amica, durante l’aperitivo, fossero in realtà una farsa. Lei era andata in bagno, aveva impostato sul telefono un allarme da usare come finta suoneria, uscita fuori aveva chiamato l’amica (che tra l’altro sapeva già di dover venire all’incontro) ed avevano intavolato due finte discussioni. Il resto è storia.
Ma, anche quella volta, il sorriso ebete che avevo mi impedì di chiederle il numero di telefono.
Questa cosa andò avanti per tre-mesi-tre duranti i quali io ero diventato una marionetta, sempre pronto a scattare ogni volta che si presentava la possibilità di passare un po’ di tempo insieme.
Poi qualcosa cambiò e finalmente riuscì ad avere il suo numero. Ma era sempre e comunque lei a decidere dove, quando e per quanto.
Lo facevamo ovunque. Addirittura in reparto durante i turni di notte. E, ad essere sinceri, almeno un paio di volte anche di giorno.
Mi cercava, a volte fino ad assillarmi, poi spariva per giorni. Ed io, completamente perso, arrivavo a passare sotto casa sua nella speranza di vederla.
Il tempo passava ed io cercavo di avere qualcosa di più al nostro rapporto, di capire che cosa lei provasse davvero. Le avevo già chiesto di venire da me, di passare più di una serata insieme. Ma la risposta era sempre la stessa, che più di questo non riusciva a darmi. Ed io, silente, andavo avanti.
Sapendo bene che rischiavo, ad ogni piè sospinto, di non avere più terreno fermo sotto i piedi.
Poi ci fu il giorno di Gina. Era ricoverata in reparto da tempo. Non aveva nulla di particolare; era solo malata di vecchiaia e, soprattutto di solitudine. I figli, quelle poche volte che venivano a trovarla e disgraziatamente si incrociavano, riuscivano solo a farle venire i lucciconi agli occhi dal dispiacere nel vederli discutere sempre su tutto.
E fu così che, in modo molto semplice, decise di lasciarsi morire. Pian piano, si chiuse sempre di più in se stessa, smise di mangiare e, candidamente, si spense.
Io tornai a casa arrabbiato, deluso, inorridito dal comportamento dei suoi figli che, anche di fronte alla morte della madre, non erano riusciti a trovare un motivo d’unione.
La sera, stranamente, ci vedemmo per cena. E lei, purtroppo, aveva una di quelle sere in cui l’unica voglia era quella di prendermi in giro.
Alla terza volta che mi dava del pupazzo, amorevole pupazzo, non ressi e le rovesciai addosso tutta la rabbia, la frustrazione, tutte le volte che io avevo voglia di lei e lei non poteva, tutte le volte che avevo bisogno di lei e lei non poteva, tutte le volte che dovevo cingermi con le sue braccia perchè lei non lo faceva.
Tutte le volte che io ero solo. Come Gina.
Lei non rispose niente, si alzò e se ne andò. Io la lasciai uscire, poi mi alzai e finì di vomitare in bagno tutto quello che avevo trattenuto fino a quel momento.
Passò del tempo e, come ogni bravo cane bastonato, tornai da lei, chiedendole scusa.
Tutto tornò come prima.
Il calendario segnò altri mesi ancora e, incredibile ma vero, riuscì a portarla a casa mia. Poche serate, cena ed interessanti dopo cena; ma mai per dormire. Mi accontentavo. A piccoli passi stavo andando avanti.
Passavo serate come questa.
E’ estate, fa caldo. E’ venuta a cena da me, poi abbiamo fatto l’amore. Ed ora dorme qui, nel MIO letto.
Ed è tremendamente bella.
Fuori piove.
Io la osservo e so che non sarà mai mia. Sorrido, perché è bella, enormemente bella. Una lunga lacrima mi riga la guancia, scorrendo a fatica tra la barba.
Ora la sento, la pioggia. E’ fuori e dentro di me. E’ il mio cuore, il mio animo che, una volta ancora e di più, si fa liquido e scivola via, fuori, lontano da me. Non mi appartengo più, sono suo.
Ma le scivolo addosso, come acqua, a malapena bagnandola.
La pioggia è, e rimane, dentro di me.
Si muove.
“Hummm… ”
Mi guarda mentre si stiracchia.
“Ma che fai… Hai pianto?”
“No no, mi è andato un po’ di sudore negli occhi.”
“Ma che ore sono? Oh cazzo! E’ tardissimo! Quante volte te lo devo dire che non posso fare così tardi! Fammi scappare che il cornuto tra poco torna.”
E’ bellissima quando dorme. Ed io, mentre lei dorme, non posso far altro che osservarla.

Caldo e Profumo in una Sera di fine Estate

Erano amici? Erano qualcosa di piu’? Chissa’… Pero’ successe che…
Una sera, faceva caldo, uscirono per cena. Per combattere la calura, lo fecero in moto. E, strano a dirsi, lui riuscì a non indossare la solita armatura che lo accompagnava in ogni suo giro, fosse anche di un solo chilometro. Quella sera, un po’ per il caldo opprimente, un po’ per i pochi km da fare, un po’ per lo sguardo (ruffiano) di lei, opto’ per un abbigliamento più comodo e tipicamente estivo: t shirt, pantalone corto, scarpe comode. L’unica cosa a cui non seppe rinunciare furono i guanti (“scusa ma senza non riesco a guidare” fu l’unica cosa che riuscì a rispondere allo sguardo interrogativo di lei…).
Ore 20, suona il campanello. Puntuale, non c’è che dire. Cous cous pronto, piatti e bicchieri lo stesso. Al vino pensa lui.
“Sali o scendo?”
“Tabacchi!”
“Eh?”
“Salgo!”
Terrazzo, saluti, abbraccio e baci. Da amici. Gli sguardi ed i sorrisi si incontrano, ma giusto un attimo.
“Evviva!”
“Pronti attenti via?”
“Sì. Mi cambio e andiamo.”
“Ah… Allora pronti attenti ma via tra un po’…”
“Beh… sì. Fai come…”
“… se fossi a casa mia. Lo so lo so, ho imparato. Vatti a cambiare, ti aspetto sul terrazzo. Quindi avrai sulla coscienza ogni puntura di zanzara che avrò quando uscirai…”
“Ok. Vado.”
“Se serve una mano chiama!”
Non risponde.
Frigo, birra piccola, stappino. Terrazzo. Piccolo, accogliente, con tutto quello che serve per il relax, niente di più e soprattutto niente di meno. Sigaretta. 5 minuti 5, ma anche meno.
“Uh che bravo. Ne hai una per me?”
“Sì, in frigo” – indicandolo attraverso la finestra.
“Non la birra. Quella facciamo a metà che te devi guidare e non puoi bere.”
“Allora ceniamo a casa…” – mentre la mano estrae dalla tasca le Pall Mall blu e gliele porge.
Accende. E’ così carina quando lo fa.
“No che non ceniamo a casa. Quindi…” – allunga una mano e prende la birra.
“Signorina, queste confidenze pero’!”
“Quali?”
Adorano giocare con le parole.
“Beh… Una sigaretta, ora la birra… Beh… Che dire? Audace…”
“E questo è niente caro mio…”
“Scarpa col tacco?”
“Per andare sulla spiaggia?”
“No no, per fare un figurone in moto! Non avevamo detto minigonnone da panico e scarpa col tacco?”
“Hummm…” – adorabile quando fa così – “Stasera no… La prossima volta…”
“Eh sì… Eh allora però… Non collabori!”
“Evviva! Che bello che sei qui. Andiamo?”
“Sì. Sistema bene il tutto che dobbiamo metterlo nel bauletto.”
“Hum… Sì… Ok… Così?”
“Perfetto. Siamo pronti.”
Scendono, caricano, motore, partiti. Nel tragitto lui un po’ guida ed un po’ ascolta lei. Lei un po’ guarda, un po’ parla. Pochi km, qualche curvetta. Andare in moto con lei fa piacere, quasi non si sente.
Arrivano, scendono, smontano tutto e prendono viveri e bevande.
“Bene, dove?”
“Beh… Vediamo… E’ un po’ un casino trovare un posto dove andare. E’ tutto occupato dai bagni.”
“Possiamo camminare un po’ tanto la cena non si fredda, no?”
“Vero vero. Andiamo.”
Camminano per un po’ piu’ di un po’. Quando stanno insieme sono rapiti dalle parole e spesso scatta il fuso orario. Il tempo si dilata e diventa occasione per chiacchiericcio, discorsi piu’ seri, risate. Ogni tanto gli sguardi si incrociano. Ma sono solo amici con tante affinita’ elettive.
Trovano un passaggio e arrivano alla spiaggia. Telo mare per terra, cous cous, bicchieri. Tutto il necessaire.
“Addirittura una candela?”
“Eccerto! Perche’ le cose o si fanno bene…”
“Vero vero. Ma che carino che sei… E cosa beviamo?”
“Syrah della Val d’Aosta.”
“Ma dai!”
“Eh sì. Meraviglioso. Bene, iniziamo?”
“Sì sì… Evviva!”
Vino stappato. Brindisi. Alla vita.
“Il cous cous è buonissimo. Brava davvero.”
“Grazie grazie.”
Parole, ancora parole. Progetti, amori, poesia, volontariato. Vita.
L’aria di mare mitiga un po’ il caldo di un’estate che, sebbene sul finire, ancora non la smette di far sudare.
Vino.
“Ti piace?”
“Sì, buono. Non lo conoscevo.”
“Bene, mi fa piacere.”
“Secondo giro?”
“Volentieri”
Cous cous, secondo round. Sguardi, ennesimo round.
Lei gli racconta del suo progetto con tutta la passione di cui è capace. Lui la ascolta e fa il tifo.
Una parola tira l’altra. Tempo e vino volano via. La seconda bottiglia appare davanti ai commensali.
“Ma… Non sara’ troppo? Dobbiamo anche tornare a casa…”
“Tranquilla principessa. Dopo facciamo due passi e la smaltiamo un po’. E così almeno se non ti ricorderai la mia faccia ci sara’ un buon motivo…” – frecciatina voluta per creare un minimo di imbarazzo.
“Ehmmm…” – imbarazzo
“Brindiamo!” – fine imbarazzo
“A cosa?”
“Brindiamo!”
“Brindiamo!”
Parole, discorsi, risate. Leggerezza e serieta’ si rincorrono sulla bocca di entrambi. Gli sguardi si incrociano, ancora. Lei forse è un po’ nervosa e sgambetta amabilmente.
“Bene teso’… Cous cous is over…”
“Vero. Due passi, giusto?”
“Yesse. Amoninne picciotta!”
“Bacio le mani… Miiinchia!”
“Alla faccia contessina!”
“Beh… sono un po’ camionara. E il vino in questo aiuta. Pero’ non lo abbiamo finito. Che ci facciamo con quello che è avanzato?”
“Beh… L’aceto pare brutto… Ce lo portiamo via. Sono attrezzato di tutto punto. Lo finiamo quando arriviamo da te.”
“Hummm… Vuoi farmi ubriacare?”
“Ma no ma no! O forse sì? Beh… lo scopriremo solo vivendo…”
Due passi. Ancora parlando e scherzando. Caffe’, sigaretta.
“Si è fatta una certa… Rientriamo?”
“Ok capo! Hai qualcosa da metterti onde evitare che domani ti svegli con la voce da trans causa pettata?”
“Pettata? Ecco… io questi termini dialettali…”
“Via giu’… Ci poi arriva’ dai!”
“Hum… Ok… L’alcol non aiuta ma sì… Pettata uguale mi freddo e domattina mal di gola e voce da travesto. C’ho preso?”
“Esatto!!! Sei troppo la migliore!”
Si abbracciano. Gli sguardi, ora si, si incrociano.
Tempo.
“Andiamo. Comunque no.”
“No che?”
“Non ho niente.”
“Sì… ti vedo che stai in salute. E parecchio anche… La tu sei proprio un bel topino, cara mia…”
“Ma graaazie, lei è sempre così prodigo di complimenti… Non ho niente da mettermi per tornare indietro.”
“Hum… qualcosa troviamo, tranquilla.”
Moto.
“Bene. Toh… Ma guarda… Ho una maglia in piu’…”
“Ma dai… Ma tu… No… Tu sei veramente… Ma daaai…”
La di lui risposta è solo un sorriso.
“Tanto son sicuro che ti va. Oddio… Pero’… Se non avevi niente ed io manco… Rimanevo a dormire per sentirti con la voce da travesto domattina!”
“Ah ah ah!!!”
Indossano quanto hanno e partono. Parlando piu’ che all’andata, il tragitto sembra anche piu’ breve. Moto davanti a casa, spenta in fretta per non dare fastidio ai vicini. Scale, acqua, bagno. Scalzi, sigaretta, terrazzo.
Vino e bicchieri.
“Anto’… fa caldo…”
“Sì, lo so, son tutto un bollore. Mi fai quest’effetto.”
Lei non risponde, ora; è imbarazzata. Lui la fissa negli occhi. Lei mette la sigaretta in bocca, si volge a guardare i lampioni ed aspira a lungo. Una boccata che ha vita breve, giusto il tempo di darle respiro e farla uscire da quella situazione.
Il syrah, seconda bottiglia, scivola via veloce. Parlano ancora, entrambi forse un po’ piu’ nervosi di prima. I discorsi non filano via così lisci, mediati dai 13° del rosso e dall’ora non tarda ma assonnata.
Prima che lo faccia lei, lui si alza e, come fosse a casa sua, raccoglie bicchieri e bottiglia vuota. E, prima di entrare in casa, si abbassa e le da un bacio sulla liscia e ribelle chioma corvina.
“Fffhhh… Guarda mi fanno un caldo!”
“Tagliali no allora… Hai anche un collo invitante, staresti bene con i capelli corti.”
“Ma dai su che sei di parte!”
“Ebbene sì, lo dichiaro. E non ho mai sostenuto il contrario…”
Lo guarda ma non risponde. Lui la guarda e pensa che quel tassello a posto proprio non vuole andarci. E’ così strano l’essere umano. Non a volte. Sempre.
Gli ultimi discorsi, le ultime cose da fine serata.
“Bene. E’ una certa e mezza quasi un quarto. Vino e convivio mi hanno un po’ fiaccato. Io andrei, che dici?”
“Eh sì. Evviva… Son contenta che ci siamo visti. E’ un piacere passare del tempo insieme. Pero’ mi fai bere troppo.”
“Troppo bene, vorrai dire… E comunque è un piacere anche per me.”
Prende casco, guanti e chiavi. Lei lo accompagna giu’. Il cancello si apre, arrivano alla moto.
Lui appoggia tutto l’armamentario e, in un impeto di poca sobrieta’, si lascia andare.
“Signorina, ma si facci abbracciare si facci!”
Spalanca le braccia e la abbraccia. Lei fa lo stesso. Sono amici con tante affinita’ elettive.
“Fai piano!!!” – le urla sottovoce – “Che senno’ domattina i vicini chi li sente!!!”
“E che ti fa? Te dai la colpa a me…”
E’ caldo. Lei ha un buon profumo.
“Bene. E’ ora. A presto allora.”
“Sì.”
Erano amici? Erano qualcosa di piu’? Chissa’… Pero’, in quel momento, successe che si guardarono negli occhi, sorridendo. E mentre i loro visi si avvicinavano per baciarsi sulla guancia, perche’ in fin dei conti erano solo amici con tante affinita’ elettive… beh… successe che si voltarono entrambi dalla stessa parte. Si ritrovarono ancora a fissarsi.
Lei aveva un buon profumo, lui emanava calore.
Sorrisero entrambi. E quel benedetto tassello decise di iniziare ad adagiarsi al suo posto.
Si baciarono.
Imbarazzati, entrambi, si ritrassero quasi subito. Ma lei continuava ad avere un buon profumo, lui ad emanare calore.
Si baciarono ancora. Questa volta piu’ a lungo.
“Alcool…”
“… sì… sì sì… e stanchezza…”
“Sì…”
Il tassello, in quel momento, completo’ il mosaico.
Si baciarono di nuovo, con piu’ passione, tenendosi prima per mano, poi abbracciati, poi stretti l’uno all’altra.
Il collo, quel collo troppo coperto dai capelli, gli fece sentire la di lei passione, prima con un sospiro e poi con le unghie in un fianco.
Lo prese per mano, lo porto’ su, quasi correndo.
Entrati, si baciarono ancora, ovunque, con voglia crescente. I vestiti volarono via e, insieme a loro, si tolsero le vestigia di amici per indossare quelle adamitiche di amanti.
Il divano li accolse e raccolse la loro passione, che mischio’ il buon profumo di lei al calore di lui.
Il resto fu impeto, passione e vita. E come un ottimo vino rosso, li inebrio’ fino a stordirli.
Nel parcheggio una moto, un casco ed un paio di guanti aspettarono fino a mattina che il loro cavaliere facesse ritorno.

Quando arrivo’, sentirono il buon profumo che aveva addosso.

Fondersi col foglio

Mi dico che è il momento giusto e devo sbrigarmi. Certo, sarebbe più facile se ci fosse un foglio di carta: prenderei la penna e le parole non rimarrebbero incastrate in una vena del cervello o nella gola; scenderebbero fino alla mano, sporcherebbero il foglio, ci resterebbero attaccate con tutto quello che si portano dietro. E’ il potere della pagina bianca, credo. Ti risucchia e ti libera: è la tua possibilità di buttarti da un’altra parte.
“Allora?” mi chiede il mio editore, accendendosi una sigaretta.
Lo guardo fisso negli occhi. Sa che il fumo mi infastidisce e sono sicuro che lo sta facendo proprio per questo.
“Allora?” ripete, aspirando un’altra lunga boccata.
“Smetti, che ti fa male.” provo a prenderla alla larga.
“Cambi discorso?”
“No.”
“Si.”
“Era solo una constatazione. Fumare fa male, lo sai bene.”
“Smettila.”
“Spegni la sigaretta ed io smetto. Anche il fumo passivo è dannoso. Ed io non voglio respirare il tuo fumo.”
“Non vuoi condividere con me il MIO vizio del fumo, ma sei ben disposto a condividere con me MIA moglie, però.”
Ecco, siamo arrivati…
“Beh? Non replichi? Le parole, da quando ti conosco, non ti sono mai mancate. Ne’ per dire cose serie e tantomeno per dire stronzate. Ora però, caro mio, la stronzata l’hai fatta. Ed anche grossa.”
Altra boccata. Fumo pieno in faccia.
“Smettila.”
“No.”
Che gli dico? Guarda Giovanni, mi spiace averti fatto cornuto ma è stato più forte di me. Anzi, di noi. E’ stata una cosa che ci ha travolti, colpiti all’improvviso, a cui non abbiamo saputo resistere.
“Allora? Ancora niente da dire?”
Sigaretta finita ma ne accende subito un’altra.
“Sì. Smetti di fumarmi in faccia.”
“Altrimenti che fai? Mi pugnali? Alle spalle? Perché vedo che ti riesce bene.”
La mano trema, la cenere cade sulla foto.
Sarò pirla? Sono anni che faccio il reporter, fatto appostamenti diurni e notturni, seguito persone per beccarli sul fatto. Conosco ogni trucco del mestiere. Eppure, quando è toccato a me, non mi sono accorto di niente.
“Chi è stato?” gli chiedo.
“A fare cosa? La foto?”
“Sì. Lo conosco?”
“Oh, sì. Bene. Una volta ti considerava un amico.”
“Non capisco.”
“Sono stato io.”
“Eh? Come tu?”
“Eh già… Sai com’è… Gli amanti, travolti dalla passione, a volte tralasciano certi piccoli particolari. Guarda la data della foto.”
La gira e me la porge. 15 febbraio 2010.
“Ti viene in mente niente, caro il mio genio degli appostamenti?”
Berlino…
“Berlinale. Già già. Ti ricordi? Kirsten… La tipa tedesca che ho conosciuto in chat… Che mi ha mandato le foto… Quelle che ti ho fatto vedere…”
“Ma… Com’è possibile? Avevi anche i voli prenotati, mi hai fatto vedere i biglietti… Hai anche scritto l’articolo, i commenti sul blog mentre eri là… Come… Come…”
“Com’è possibile? Così mi ferisci, amico mio… Contatti. E soldi. Me lo hai sempre detto anche te, no?”
“Cosa?”
“Guarda questi, Giovanni. Sono talmente pieni di soldi che possono fare quello che vogliono. Non gli succederà mai niente perché hanno soldi, tanti soldi. E contatti che possono risolvere qualsiasi situazione. Hai bisogno di una puttana? Eccola! Hai bisogno di una casa al mare? Eccola! Ti piacciono i trans? Non c’è problema! Devi fare una visita specialistica tra 5 minuti al tuo chihuahua del cazzo che ha il pancino gonfio? Ecco a te il superveterinariototalissimo!”
Ha ragione, è proprio così. Sono anni che rincorro personaggi famosi, che scrivo su di loro, delle loro tresche, ed ogni volta che consegno un articolo mi lamento sempre nello stesso modo.
“Era tutto completamente FALSO, caro mio. Kirsten esiste. O, meglio… Esiste una persona che ha quella faccia e quel corpo lì. Sai quante foto di belle fighe si possono trovare in rete? Milioni! Ed i biglietti? Prenotazione fatta e poi cambiata. Il blog? L’articolo? Sai quanti giovani ci sono che per pochi soldi fanno tutto quello che dovresti fare tu? Oppure che ti passano le informazioni che ti servono? Contatti e soldi, caro mio, niente di più.”
Armeggia ad un cassetto ed estrae una memoria usb.
“Qui dentro c’è il resto. Filmato, foto, tutto. La tecnologia può dare veramente una grossa mano in queste situazioni.”
La sigaretta, pian piano, esala l’ultimo sbuffo di fumo. Lui rimane con il filtro in mano e continua a fissarmi. Si aspetta delle parole che non riesco a dire.
“E l’albergo? Come hai fatto a…”
“E’ bastato invitarti per una pizza, aspettare che ti allontanassi e dare un occhio sul tuo cellulare alla lista delle chiamate fatte, fare un paio di verifiche ed allungare qualche buona mancia. Fine del gioco.”
“Ah… Ecco…”
“Mi piacerebbe che tutto fosse con in Amici Miei…”
“Adelina… Giusto?”
“Esatto. Mai andare in Germania per lavoro, Paolo. Beh… Io non sono Paolo e ho solo fatto finta di andare in Germania per lavoro.”
“E questo non è un film o un racconto.”
“E noi, sicuramente, non siamo fratelli nel dolore. Perché la nostra Adelina è di sicuro una impareggiabile troia, ma non è morta.”
Abbiamo riso mille volte ripensando alle scene di quei film. Ora tutto è diverso.
“Allora? Sto ancora aspettando che tu dica qualcosa.”
Dove sono il mio foglio bianco e la mia penna? Vi prego, datemi qualcosa per scrivere. Le parole che ho in testa si rincorrono e sbattono tra di loro, generando una confusione infernale. Le mie, le sue, quelle di Christine. Che devo fare? Cosa devo dire? Non posso certo dargli conferma di quello che ho, anzi abbiamo, fatto. Le prove le ha già. Ma non è tutto qui, non è solo una storia di sesso, una sveltina e via: noi siamo innamorati davvero. Lei lo vuole lasciare perché non lo sopporta più. Dovrei dirgli tutto questo? Oppure è giusto che sia lei a dirglielo? E Christine dov’è? Cosa sa?
Qualcuno bussa alla porta.
“Giovanni, dovresti farmi sapere cosa…”
“Fuori. Ora No. Fuori.”
Non ha neanche bisogno di distogliere lo sguardo da me o di fare cenni. Il tono della voce è oltremodo chiaro e carico di significato. La faccia del nostro collega vale quanto le scuse più umili che una persona possa fare. Senza aggiungere altro, esce immediatamente.
Giovanni accende l’ennesima sigaretta. Aspira a lungo, appoggiandosi allo schienale della poltrona.
“Visto che non parli, lo faccio io. A te ho dato un mestiere. Ti ho insegnato tutto quello che sai. Intendiamoci, non me ne sono pentito visto che sei diventato uno dei nostri migliori professionisti. A lei ho dato ancora di più, ho dato tutta la mia vita. Una vita agiata, ricca di soddisfazioni, di attenzioni. Non le ho mai fatto mancare niente.”
Le sue parole mi attraversano come se fossi fatto d’aria. La mia attenzione è rapita dalle pieghe della pelle dello schienale. Continua a parlare ma ormai non lo ascolto più ed osservo quell’insieme di linee tese che iniziano da lui e finiscono chissà dove.
“Guarda, Giovanni” è iniziato il momento giusto “guarda le linee dietro la tua schiena. Le linee tracciate dalla pelle dietro la tua schiena sono il riassunto perfetto del tuo atteggiamento nei confronti degli altri. Tu sei sempre al centro del tuo mondo perfetto: giornalista di successo, poi editore, ti sei arricchito spesso passando sopra agli altri con tutto te stesso. Non ti importa di niente e di nessuno, tu vai dritto per la tua strada. I sentimenti sono solo un contorno sfuocato, che non merita la tua attenzione.”
Finalmente le parole non sono più incastrate in una vena del cervello o nella gola. Stanno venendo fuori insieme a tutto quello che si portano dietro.
“Tutto quello che ti sta intorno è solo una tua emanazione. Senza ti te, non ci sarebbe niente. Tu arrivi e porti la luce. Ma non ti accorgi delle zone d’ombra che crei. Vedi solo quello che ti interessa e questa cosa proprio non la capisci. Sei tanto intelligente ma poco pratico dei sentimenti. Quando stai bene te, sei convinto che stiano bene tutti. Ma non è così. Hai riempito Christine di tutto quello che non voleva, facendole mancare l’unica cosa di cui aveva bisogno: un sentimento vero. L’hai sfoggiata alla cene come se fosse un oggetto. L’hai tenuta su un piedistallo, creandole il vuoto intorno. Per te è un quadro,
non una persona. Guardate, ecco la mia opera d’arte. Osservate per bene cosa sono riuscito a fare. Ammiratela. E rendetevi conto che è SOLO mia. Ma non è così che funziona.”
Ora sono io che lo guardo dritto negli occhi, attraverso la nebbia che lui stesso produce. Non so cosa aspettarmi, non mi sono mai trovato in una situazione del genere. Affrontare quello che ormai è un ex amico, nonché maestro, così a viso aperto e su un argomento tanto delicato.
Non parla. La sua voce, tanto sicura fino a poco fa, si è spenta come la milionesima sigaretta.
“Niente da dire in merito? I sentimenti non sono in vendita. O, almeno, non lo sono sempre. Con lei è stato così. Hai fatto il cavalier servente fin quando lei non ha ceduto. Poi, raggiunto lo scopo, hai mostrato il tuo vero aspetto. Con i soldi non si possono comprare le sfumature, gli sguardi, i capelli bagnati sotto la doccia, il profumo della pelle della donna che ti ama sul tuo cuscino. Ma questo, per te, non è importante. Molto meglio il profumo del tuo dopo barba da 100€ a botta, giusto? Per te queste cose non esistono. Il tuo mondo, triste mondo, ha i limiti di quello che riesci a vedere. Il problema è che cieco, non vedi tutto quello che non può essere comprato con una carta di credito.”
“Christine ti ha amato alla follia, ha rinunciato alla sua carriera pur di starti accanto. Non sai quanto ha pianto le prime volte che ci siamo visti. E pensa un po’… Tutto è cominciato quando ti abbiamo fatto la festa a sorpresa per il tuo compleanno.”
“Ora rifletti su quello che ti ho detto, non ho altro da aggiungere. Io sono innamorato di lei. Penso che sia lo stesso per lei. Decidi cosa vuoi fare. Non possiamo certo negare quello che è successo tra di noi, sarebbe una cosa stupida e ne’ io, ne’ tu ne’ tantomeno Christine lo siamo. Non so cosa voglia fare lei, non so cosa sa e cosa non sa. Decidi quello che vuoi fare con me, con lei, con tutti. Però tieni bene in mente quello che ti ho detto.”
Mi alzo ed esco dal suo ufficio. Lui è ancora lì, immobile, stordito.
Ce l’ho fatta: è arrivato il momento giusto anche per me e mi sono liberato. Mi sono buttato da un’altra parte.