Fondersi col foglio

Mi dico che è il momento giusto e devo sbrigarmi. Certo, sarebbe più facile se ci fosse un foglio di carta: prenderei la penna e le parole non rimarrebbero incastrate in una vena del cervello o nella gola; scenderebbero fino alla mano, sporcherebbero il foglio, ci resterebbero attaccate con tutto quello che si portano dietro. E’ il potere della pagina bianca, credo. Ti risucchia e ti libera: è la tua possibilità di buttarti da un’altra parte.
“Allora?” mi chiede il mio editore, accendendosi una sigaretta.
Lo guardo fisso negli occhi. Sa che il fumo mi infastidisce e sono sicuro che lo sta facendo proprio per questo.
“Allora?” ripete, aspirando un’altra lunga boccata.
“Smetti, che ti fa male.” provo a prenderla alla larga.
“Cambi discorso?”
“No.”
“Si.”
“Era solo una constatazione. Fumare fa male, lo sai bene.”
“Smettila.”
“Spegni la sigaretta ed io smetto. Anche il fumo passivo è dannoso. Ed io non voglio respirare il tuo fumo.”
“Non vuoi condividere con me il MIO vizio del fumo, ma sei ben disposto a condividere con me MIA moglie, però.”
Ecco, siamo arrivati…
“Beh? Non replichi? Le parole, da quando ti conosco, non ti sono mai mancate. Ne’ per dire cose serie e tantomeno per dire stronzate. Ora però, caro mio, la stronzata l’hai fatta. Ed anche grossa.”
Altra boccata. Fumo pieno in faccia.
“Smettila.”
“No.”
Che gli dico? Guarda Giovanni, mi spiace averti fatto cornuto ma è stato più forte di me. Anzi, di noi. E’ stata una cosa che ci ha travolti, colpiti all’improvviso, a cui non abbiamo saputo resistere.
“Allora? Ancora niente da dire?”
Sigaretta finita ma ne accende subito un’altra.
“Sì. Smetti di fumarmi in faccia.”
“Altrimenti che fai? Mi pugnali? Alle spalle? Perché vedo che ti riesce bene.”
La mano trema, la cenere cade sulla foto.
Sarò pirla? Sono anni che faccio il reporter, fatto appostamenti diurni e notturni, seguito persone per beccarli sul fatto. Conosco ogni trucco del mestiere. Eppure, quando è toccato a me, non mi sono accorto di niente.
“Chi è stato?” gli chiedo.
“A fare cosa? La foto?”
“Sì. Lo conosco?”
“Oh, sì. Bene. Una volta ti considerava un amico.”
“Non capisco.”
“Sono stato io.”
“Eh? Come tu?”
“Eh già… Sai com’è… Gli amanti, travolti dalla passione, a volte tralasciano certi piccoli particolari. Guarda la data della foto.”
La gira e me la porge. 15 febbraio 2010.
“Ti viene in mente niente, caro il mio genio degli appostamenti?”
Berlino…
“Berlinale. Già già. Ti ricordi? Kirsten… La tipa tedesca che ho conosciuto in chat… Che mi ha mandato le foto… Quelle che ti ho fatto vedere…”
“Ma… Com’è possibile? Avevi anche i voli prenotati, mi hai fatto vedere i biglietti… Hai anche scritto l’articolo, i commenti sul blog mentre eri là… Come… Come…”
“Com’è possibile? Così mi ferisci, amico mio… Contatti. E soldi. Me lo hai sempre detto anche te, no?”
“Cosa?”
“Guarda questi, Giovanni. Sono talmente pieni di soldi che possono fare quello che vogliono. Non gli succederà mai niente perché hanno soldi, tanti soldi. E contatti che possono risolvere qualsiasi situazione. Hai bisogno di una puttana? Eccola! Hai bisogno di una casa al mare? Eccola! Ti piacciono i trans? Non c’è problema! Devi fare una visita specialistica tra 5 minuti al tuo chihuahua del cazzo che ha il pancino gonfio? Ecco a te il superveterinariototalissimo!”
Ha ragione, è proprio così. Sono anni che rincorro personaggi famosi, che scrivo su di loro, delle loro tresche, ed ogni volta che consegno un articolo mi lamento sempre nello stesso modo.
“Era tutto completamente FALSO, caro mio. Kirsten esiste. O, meglio… Esiste una persona che ha quella faccia e quel corpo lì. Sai quante foto di belle fighe si possono trovare in rete? Milioni! Ed i biglietti? Prenotazione fatta e poi cambiata. Il blog? L’articolo? Sai quanti giovani ci sono che per pochi soldi fanno tutto quello che dovresti fare tu? Oppure che ti passano le informazioni che ti servono? Contatti e soldi, caro mio, niente di più.”
Armeggia ad un cassetto ed estrae una memoria usb.
“Qui dentro c’è il resto. Filmato, foto, tutto. La tecnologia può dare veramente una grossa mano in queste situazioni.”
La sigaretta, pian piano, esala l’ultimo sbuffo di fumo. Lui rimane con il filtro in mano e continua a fissarmi. Si aspetta delle parole che non riesco a dire.
“E l’albergo? Come hai fatto a…”
“E’ bastato invitarti per una pizza, aspettare che ti allontanassi e dare un occhio sul tuo cellulare alla lista delle chiamate fatte, fare un paio di verifiche ed allungare qualche buona mancia. Fine del gioco.”
“Ah… Ecco…”
“Mi piacerebbe che tutto fosse con in Amici Miei…”
“Adelina… Giusto?”
“Esatto. Mai andare in Germania per lavoro, Paolo. Beh… Io non sono Paolo e ho solo fatto finta di andare in Germania per lavoro.”
“E questo non è un film o un racconto.”
“E noi, sicuramente, non siamo fratelli nel dolore. Perché la nostra Adelina è di sicuro una impareggiabile troia, ma non è morta.”
Abbiamo riso mille volte ripensando alle scene di quei film. Ora tutto è diverso.
“Allora? Sto ancora aspettando che tu dica qualcosa.”
Dove sono il mio foglio bianco e la mia penna? Vi prego, datemi qualcosa per scrivere. Le parole che ho in testa si rincorrono e sbattono tra di loro, generando una confusione infernale. Le mie, le sue, quelle di Christine. Che devo fare? Cosa devo dire? Non posso certo dargli conferma di quello che ho, anzi abbiamo, fatto. Le prove le ha già. Ma non è tutto qui, non è solo una storia di sesso, una sveltina e via: noi siamo innamorati davvero. Lei lo vuole lasciare perché non lo sopporta più. Dovrei dirgli tutto questo? Oppure è giusto che sia lei a dirglielo? E Christine dov’è? Cosa sa?
Qualcuno bussa alla porta.
“Giovanni, dovresti farmi sapere cosa…”
“Fuori. Ora No. Fuori.”
Non ha neanche bisogno di distogliere lo sguardo da me o di fare cenni. Il tono della voce è oltremodo chiaro e carico di significato. La faccia del nostro collega vale quanto le scuse più umili che una persona possa fare. Senza aggiungere altro, esce immediatamente.
Giovanni accende l’ennesima sigaretta. Aspira a lungo, appoggiandosi allo schienale della poltrona.
“Visto che non parli, lo faccio io. A te ho dato un mestiere. Ti ho insegnato tutto quello che sai. Intendiamoci, non me ne sono pentito visto che sei diventato uno dei nostri migliori professionisti. A lei ho dato ancora di più, ho dato tutta la mia vita. Una vita agiata, ricca di soddisfazioni, di attenzioni. Non le ho mai fatto mancare niente.”
Le sue parole mi attraversano come se fossi fatto d’aria. La mia attenzione è rapita dalle pieghe della pelle dello schienale. Continua a parlare ma ormai non lo ascolto più ed osservo quell’insieme di linee tese che iniziano da lui e finiscono chissà dove.
“Guarda, Giovanni” è iniziato il momento giusto “guarda le linee dietro la tua schiena. Le linee tracciate dalla pelle dietro la tua schiena sono il riassunto perfetto del tuo atteggiamento nei confronti degli altri. Tu sei sempre al centro del tuo mondo perfetto: giornalista di successo, poi editore, ti sei arricchito spesso passando sopra agli altri con tutto te stesso. Non ti importa di niente e di nessuno, tu vai dritto per la tua strada. I sentimenti sono solo un contorno sfuocato, che non merita la tua attenzione.”
Finalmente le parole non sono più incastrate in una vena del cervello o nella gola. Stanno venendo fuori insieme a tutto quello che si portano dietro.
“Tutto quello che ti sta intorno è solo una tua emanazione. Senza ti te, non ci sarebbe niente. Tu arrivi e porti la luce. Ma non ti accorgi delle zone d’ombra che crei. Vedi solo quello che ti interessa e questa cosa proprio non la capisci. Sei tanto intelligente ma poco pratico dei sentimenti. Quando stai bene te, sei convinto che stiano bene tutti. Ma non è così. Hai riempito Christine di tutto quello che non voleva, facendole mancare l’unica cosa di cui aveva bisogno: un sentimento vero. L’hai sfoggiata alla cene come se fosse un oggetto. L’hai tenuta su un piedistallo, creandole il vuoto intorno. Per te è un quadro,
non una persona. Guardate, ecco la mia opera d’arte. Osservate per bene cosa sono riuscito a fare. Ammiratela. E rendetevi conto che è SOLO mia. Ma non è così che funziona.”
Ora sono io che lo guardo dritto negli occhi, attraverso la nebbia che lui stesso produce. Non so cosa aspettarmi, non mi sono mai trovato in una situazione del genere. Affrontare quello che ormai è un ex amico, nonché maestro, così a viso aperto e su un argomento tanto delicato.
Non parla. La sua voce, tanto sicura fino a poco fa, si è spenta come la milionesima sigaretta.
“Niente da dire in merito? I sentimenti non sono in vendita. O, almeno, non lo sono sempre. Con lei è stato così. Hai fatto il cavalier servente fin quando lei non ha ceduto. Poi, raggiunto lo scopo, hai mostrato il tuo vero aspetto. Con i soldi non si possono comprare le sfumature, gli sguardi, i capelli bagnati sotto la doccia, il profumo della pelle della donna che ti ama sul tuo cuscino. Ma questo, per te, non è importante. Molto meglio il profumo del tuo dopo barba da 100€ a botta, giusto? Per te queste cose non esistono. Il tuo mondo, triste mondo, ha i limiti di quello che riesci a vedere. Il problema è che cieco, non vedi tutto quello che non può essere comprato con una carta di credito.”
“Christine ti ha amato alla follia, ha rinunciato alla sua carriera pur di starti accanto. Non sai quanto ha pianto le prime volte che ci siamo visti. E pensa un po’… Tutto è cominciato quando ti abbiamo fatto la festa a sorpresa per il tuo compleanno.”
“Ora rifletti su quello che ti ho detto, non ho altro da aggiungere. Io sono innamorato di lei. Penso che sia lo stesso per lei. Decidi cosa vuoi fare. Non possiamo certo negare quello che è successo tra di noi, sarebbe una cosa stupida e ne’ io, ne’ tu ne’ tantomeno Christine lo siamo. Non so cosa voglia fare lei, non so cosa sa e cosa non sa. Decidi quello che vuoi fare con me, con lei, con tutti. Però tieni bene in mente quello che ti ho detto.”
Mi alzo ed esco dal suo ufficio. Lui è ancora lì, immobile, stordito.
Ce l’ho fatta: è arrivato il momento giusto anche per me e mi sono liberato. Mi sono buttato da un’altra parte.

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