E’ Bellissima Quando Dorme (La Pioggia Dentro)

Dorme. Accanto a me. Indossa solo la sua bellezza naturale, originale.
Cos’è la bellezza originale? E’ quella che noi, tutti, esprimiamo quando dormiamo. Senza pose, trucchi, vestiti; solo il nostro essere. La stessa che ha un bambino nella culla, accanto a sua madre. Nessun filtro o pensiero o necessità di apparire.
Io, mentre lei dorme, non posso far altro che osservarla. O, meglio, potrei fare altro: potrei
dormire, andare in cucina a mangiare qualcosa, bere un bicchiere. Ma tutto questo vorrebbe dire allontanarmi da lei e perdere la bellezza che, inconsciamente, mi sta regalando. E questo non avrebbe senso alcuno.
Perché allontanarmi da uno spettacolo così potente, così naturale? Per perdere anche gli odori che ora ci avvolgono? Quel profumo di noi che inonda la camera.
Abbiamo fatto l’amore, è estate, fa caldo e siamo ancora sudati. E tutto ciò è fantastico,
indescrivibile. Non ci sono abbastanza parole e nessun genio letterario potrà mai descrivere quegli attimi, i profumi, i suoni, gli sguardi, le mani. Non c’è modo. Qualsiasi arte espressiva che l’uomo ha inventato o inventerà non potrà mai cogliere e descrivere l’essenza di quei momenti.
Sempre che una forma d’arte possa essere inventata anziché scoperta, ovviamente.
Io, da buon ometto, mi sono addormentato prima di lei. Ma solo dopo essermici sdraiato accanto, averci giocato un po’ ed averla abbracciata; ho chiuso gli occhi e dormivo serenamente ma, dopo non so quanto, lei si è mossa e io mi sono svegliato. Per fortuna, aggiungerei.
E’ così bella mentre dorme.
Inizia a piovere. Almeno rinfrescherà un po’. E’ così che si dice, vero?
Lei dorme ancora ed io vorrei che questo fosse un sogno. Così, per sicurezza. Perché se lo fosse davvero, un sogno, lei non mi lascerebbe mai ed io potrei guardarla dormire tutte le notti. E poi svegliarmi con lei, andare in giro, ridere, scherzare. Litigare, anche. Ed invece so già che questo stato di grazia, questi effluvi, questa situazione così viva nonostante il silenzio, passeranno.
E cosa mi rimarrà di tutto questo? Ricordi, solo ricordi. E nessun mattone con cui costruire il mio, il nostro futuro.
E a lei, cosa rimarrà? Mi chiedo, veramente, che cosa vuole che le rimanga di tutto quello che viviamo quando stiamo insieme.
Sì, giuro. Vorrei che tutto questo fosse un sogno. Come quando ci siamo conosciuti.
Era un periodo un po’ così; sereno variabile con tendenza al peggioramento.
Invitato, imbucato per dirla tutta, a cena a casa di amici di amici. O, meglio, a casa di un’amica di amici. Lei nemmeno sapeva che io sarei andato. Era, ed è ancora, talmente tanto in confidenza con chi me l’ha presentata che venne ad aprire la porta in tuta e pattine, il massimo dell’eleganza e della sensualità.
Ma a me tanto è bastato. L’ho guardata per un minuto, forse due, mentre rimproverava gli altri presenti per averle nascosto l’ospite inatteso, che così non si fa, che la dovevano avvertire che così avrebbe preparato qualcosa di buono invece di prendere un kebab dal “kebabbaro di fiducia”.
Beh, per dirla tutta, quella porta avrebbe potuto aprirla anche con indosso tutto o nulla, avrebbe potuto preparare le migliori prelibatezze del mondo o anche una carota lessa scondita e a me non sarebbe cambiato niente.
Mi era entrata sotto pelle non appena mi aveva stretto la mano e guardato dritto negli occhi. Ero a malapena riuscito a dirle il mio, di nome, e a mollare le 6-Moretti-6-oh-ma-è-quella-buona.
Per me tutto era iniziato lì.
“Ehi… Pronto… C’è qualcuno in casa?? Guarda che quella non fa per te, te l’ho già detto. Dai retta, lascia stare che ti fai male.”
“Eh sì dai su, m’ero distratto un attimo. Certo però… Complimenti eh! Gran bel pezzetto. E poi… stica che fortuna che ha!”
“Concordo. Quella fortuna lì ce l’ha sempre avuta, da quando eravamo ragazzi. Sfida la legge di gravità e, secondo il mio modestissimo parere pur non avendoci, puLtroppo e devo dire puLtroppo, mai messo le mani o qualcos’altro sopra o intorno, secondo me è una delle prove dell’esistenza di Dio.”
“Amen fratello.”
“Sì… Ma viva la sorella.”
“Eccerto.”
Si avvicina.
“Voi cosa confabulate? Avanti a me che si fredda.”
Tra il serio (poco) ed il canzoniero (tanto) indica l’isola dove la tavola, improvvisata, è servita. La lascio camminare davanti a me, leggendo varie volte la scritta sul taschino posteriore dei suoi pantaloni. Fin quando lei si volta ed io abbasso lo sguardo in terra, esclamando la prima cosa che mi viene in mente.
“Wengé!”
“No. E’ rovere trattato, color caffè. Può trarre in inganno. Ci sediamo?”
“Sì, certo.”
Forse l’ho sfangata.
“Ah… Freddy…”
“Scusa?”
“Sulla tasca. C’è scritto Freddy. E’ la marca della tuta. Se vuoi ti accompagno dove l’ho comprata…”
E lo dice sorridendo maliziosamente, mentre si siede sullo sgabello di fronte a chi mi ha invitato qui, prendendo posto con gli altri sull’isola di pietra bianca; gli altri che, spero con tutto me stesso, non hanno sentito il commento che lei ha appena fatto.
Non che ci sia niente di male nel riconoscere la fortuna altrui, intendiamoci. Ma farlo con la
padrona di casa, alla prima cena a cui si partecipa e, tra l’altro, essendo invitato da amici… Non è proprio il massimo dell’eleganza.
Osservo la compagnia a cui sto per unirmi e devo dire che sì, sarà una bella serata.
“Ehi ciccio… Ti siedi o fai da cameriere. Miiinchia se sei lento quando ti ci metti…”
“Seee vieni! Lo chiamavano Nembo Kid. Stai bono vai che quando si gioca a calcetto nel tempo che te fai la doccia noi facciamo la doccia, ci asciughiamo, ci cambiamo e andiamo a cena. Arrivi giusto giusto per il caffe’.”
“La calma è la virtù dei forti, caro mio. Vivere con lentezza. Perché correre io quando possono andare più piano gli altri? E poi… Mi spieghi… Ma dove cazzo avete da corre tutti tutto il giorno? No davvero… Te poi… Figlioli niente, fai i turni, a parte il calcetto non fai altro. Fie lasciamo perde. L’ultima fia di cui hai sentito parlare è la monaca di Monza, ai tempi del liceo. Un c’hai nemmeno il cane! Ma rilassati cinque minuti no!!! E poi lo sai cosa mi frega a me quando faccio la doccia? Lavarmi ed asciugarmi i capelli.”
“Ma se c’hai tre peli quando te ne prestano due???”
“Appunto! Avanti che l’ho trovati, lavati uno per uno piano piano sennò si rompono, il balsamo… Sai una storia te che con que’ capelli pari il cugino It!”
“Per non dire pettinarli poi!!! Uno da una parte, uno dall’altra…”
“… e l’altro in mezzo! Brindisino la la la là! Brindisino la la la là!”
Le bottiglie tintinnano. I suoi occhi ed il suo sorriso si fanno spazio dentro di me. Sento una vampata di caldo venire su dallo stomaco. Erano anni che non mi sentivo così.
“Giovane, hai caldo? Mi pari un po’ rosso in volto.”
“Sì effettivamente fa un po’ caldo.”
“Gnudo gnudo!!!”
“Aspetta la prossima partita di calcetto, tesorA. T’insapono la schiena.”
“Ohimmei son tutto un bollore peggio di te ora!!!”
“Allora! Voi due! La smettete o no??”
Uso l’intervallo imposto dalla di lui compagna per togliermi la felpa.
“Scusami, dove posso poggiarla?”
“Ma… Boh… Dove trovi. Scusa ma son tornata ieri da una trasferta di lavoro ed ancora non sono riuscita a sistemare. Per non dire quanto sono sottosopra per via del fuso. Guarda buttala là, sul divano accanto a quella che vorrebbe essere una libreria.”
Vado e, come sempre mi succede di fronte ai libri, mi fermo ad osservare. Non è curiosità, morbosità, psicologia spicciola (tipo “dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”). E’ che non riesco a farne a meno.
Mentre sono rapito dai nomi degli autori e dalla non lunga lista dei titoli, mi sento togliere la felpa di mano.
“Ha un po’ ragione il tuo amico però… Sei lento quando ti ci metti…”
A lei proprio non riesco a rispondere. Rimango imbambolato un’altra volta. Lo sa, l’ha capito. E’ la cacciatrice ed io la preda.
Torniamo al tavolo; la cena ed il primo giro alcolico sono sul finire.
Kebab azzerato, avanti con vino rosso e formaggio, giusto per gradire.
Poi dolce e Moscato perché “ho solo questo, ci doveva pensare lui ma se l’è dimenticato!”.
Caffè. Sigaretta.
“No ma dai non preoccuparti, fuma pure in casa.”
“No, grazie. Mi dà fastidio che rimanga l’odore. Vado fuori, mi rimetto giusto la felpa anche se non è così freddo. Ma preferisco, sai mai che prendo freddo…”
“… eh ti viene la tossina… Pooovero topo…”
Esatto. Hai detto proprio bene. Io sono il topo e stai giocando con me come farebbe un gatto.
Esco sul terrazzo e socchiudo la porta a vetri. Accendo la sigaretta, aspiro lungamente e guardo verso l’alto. Ci sono un sacco di stelle, lassù. Sembrano buttate là, in ordine sparso a caso, proprio come i miei pensieri stasera.
Il fumo esce e chiudo gli occhi; mi rilasso. Li riapro lentamente e guardo la scena che stanno vivendo in cucina, osservandoli dal mio nascondiglio in piena vista: ridono e scherzano, chissà di che parlano.
Dio mio com’è bella. E lo è in ogni cosa che fa: mentre parla, mentre ascolta, mentre toglie i piatti ed i bicchieri dal tavolo.
Do uno sguardo in giro: piccole piante grasse, pavimento un po’ vecchiotto, erba cipollina, salvia, menta. E, da una parte, proprio attaccato al parapetto, un vaso di rose. Come per magia, d’improvviso, mi vedo in quell’angolo, per mano ad una bambina bionda, come me, e con le labbra carnose e gli occhi chiari, come lei.
“Ehi… Cugino It… sei tra di noi?”
“Oh… Sì sì, stavo quasi per rientrare. Carino qui, davvero. Sia dentro che fuori; hai proprio una bella casa.”
“Oh, grazie, sei gentile. Anche se, effettivamente, non è mia.”
“Ah no?”
“Eh no… E’ del…”
“Della banca?”
“Eh… Ecco… Sì… Della banca…”
“Beh, non c’è da essere imbarazzati. Siamo tutti nella stessa condizione. Io manco ce l’ho casa mia, sono in affitto, pensa un po’.”
“Hum… Beh, ascolta, non voglio parlare di questo ora. Superalcolici?”
“Ma… Per la verità domattina dovrei andare a lavoro ed ho il turno di mattina…”
“Ascolta… Potresti continuare ad essere carino ancora per un’oretta e non rompere? Vuoi metterti a fare il dottorino preciso e serio proprio adesso?”
“Beh… Se me lo dici così…”
“Ecco, appunto, te lo dico così. Avanti, rientriamo e beviamo qualcosa.”
Mi gira di spalle e, nel farlo, mi prende per mano, portandomi dentro. La seguo come se fossi un cane col suo padrone; potrebbe portarmi a sperdere o nel posto più bello del mondo ed io non obietterei nulla in entrambi i casi.
Mi siedo di nuovo accanto al mio, al nostro, amico mentre lei esce ancora per prendere la menta necessaria ai mojito che ha deciso di preparare.
“Eccoci, siamo a posto. Ti abbiamo perso. Guarda, te l’ho detto prima di venire, quando siamo arrivati e te lo ripeto: lasciala stare. Ti fai male. Ce ne sono tante in giro per il mondo e non penso ti manchino occasioni per conoscere delle gentil pulzelle a cui dedicare serenate, pagare cene e magari ricevere un minimo di attenzione in cambio. Sì, è vero. Lei è proprio un bel pezzetto. Ma lascia stare. La conosco da un sacco di tempo e diciamo che ha sempre vissuto in modo… Libero… Per usare un eufemismo. Ora pare che abbia trovato un po’ di pace ma è e rimane una golosona. Dai retta a me, girati di là e lasciala stare.”
“Sì… Sì sì, tranquillo.”
Sono convincente quanto un politico che promette di abbassare le tasse.
Mojito. Caffè. Altra sigaretta. Altro mojito.
“Oh… Ora basta. Altrimenti ti dormo sul divano e domani mi porti te a lavoro e mi giustifichi col primario per la mia totale incapacità di fare qualsiasi cosa.”
“Ok ok, si può fare…”
“Seee… Via via, tutti a letto.”
Ci salutiamo calorosamente e me la gusto ancora un po’. Proprio non mi va di andarmene ma, forse, è meglio così. Ha ragione lui nel dirmi che mi farei male.
Usciamo, ascensore, piano terra, scooter.
“Ascolta, la prossima settimana mi sa che dobbiamo cambiare giorno per il calcetto. Come sei messo mercoledì sera?”
“Aspetta, fammi dare un occhio all’agenda.”
Giacchetto, tasca interna. Nulla. L’altra. Vuota. Jeans. Niente. Sotto sella se per sbaglio l’ho messo lì. Macché.
“Ho perso il cell!”
“Sie… Sei uscito di casa ora. O è rimasto nell’ascensore o ti è rimasto su. Ascolta… C’è dell’aria ed ho una chiamata inderogabile e non delegabile.”
“E mi sa anche che ci sono delle perdite.”
La faccia disgustata della sua compagna completa la descrizione della situazione.
“Appunto. Io vado. Tanto lo ritrovi. E se non lo ritrovi… Beh, son…”
“Cazzi miei. Ovvio. Ti chiamo domani. Fai un bel lavoro.”
“Beh… Lo sai… Il mio è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.”
“E tu sei il migliore in quello che fai.”
“Esatto. Notte ciccio e ricordati quello che ti ho detto prima. Andiamo donna, sali sul mio potente cavallo di ferro.”
“Ciao bellone. Facci uno squillo quando arrivi a casa.”
Partono dopo una sgasata. Non sono sicuro solo di acceleratore.
Suono il campanello. Mi risponde.
“Vendesi… Smartphone semi nuovo…”
“Appunto… Arrivo. Grazie.”
Arrivo al piano e lei mi aspetta sulla soglia.
“Eccolo qua, intonso.”
“Grazie. Scusa.”
“Tranquillo, nessun problema. Però se avevi voglia di rivedermi così al volo potevi dirlo!”
“Beh… Ma… No è che…”
Mi passa il cellulare e torna in casa, chiudendo la porta, senza aspettare una mia risposta di senso compiuto; ridendo. Di me?
Percorso inverso, giacchetto, scooter, cell al suo posto. Casa. Fine di una intensa serata. Notte mondo.
La mattina arriva troppo presto, troppo rumorosa, troppo lucente. Ho dormito poco e male; una perfetta combinazione per avere un inizio di giornata veramente pessimo.
Il traffico cittadino non mi risparmia niente. Lo sclero da “orario ingresso lavoro-scuole-risveglio-oddioètardi” è veramente un ottimo esercizio per la pazienza e l’autocontrollo. Per fortuna la potenza del buon Ludovico Van surclassa, nettamente, il grigiore del traffico, il casino che questo genera, l’avvilente abbrutimento delle persone che guidano. E ringrazio le moderne tecnologie di esistere e permettermi di ascoltarlo anche mentre guido. Il problema è che prima o poi l’iPod devo riporlo, non posso stare in corsia con le cuffiette negli orecchi. Quindi stop Beethoven, start corsia e pazienti. Questi sì, pazienti, ma davvero. Al confronto muoversi nel traffico è una botta di salute.
Fine turno, finalmente. Ho un mal di testa da panico e non vedo l’ora di essere di nuovo a casa per
potermi rilassare e dormire.
Il cell mi ricorda che sono connesso col mondo e non solo con la mia testa. Sconosciuto. Rispondo.
“Ciao cugino It. Come stai?”
Ma dai…
“Oh… Dottore… Pronto? Ci sei?”
Ma dai su… Non è vero…
“Ehi… Spostati che non ti sento! Io segnale ce l’ho!”
E ora?
La voce si allontana.
“Ma… Io segnale ce l’ho… Stai a vedere che m’è saltato un’altra volta il microfono… Che due palle ‘sto coso…”
La voce torna al volume iniziale.
“Oh… Dottore… Se mi senti bene altrimenti ti manderò sms…”
Che faccio? Le rispondo? Ma come fa ad avere il mio numero? Io non gliel’ho dato. I ragazzi neanche. Ok, rispondo.
“Ehi… Ciao… Pronto? Pronto???”
Coglione. Sei un coglione. Ma non un coglione di mulo, un coglione nel senso pirla. Lei ti chiama e te che fai? Cincischi e la perdi. Bravo. Cazzo. E ora?
Osservo il telefono. Tanto richiama. Per forza, richiama. Oppure mi manda sms e se lo fa a quel punto il suo numero l’avrò anche io.
Su. Avanti. Suona. Segnale c’è. E c’era anche prima, coglione un’altra volta.
Dai che ti costa. Chiama dai. Suona cazzo. Vibra. Fa qualcosa!
Ha detto sms ma forse intendeva qualcos’altro. Fammi vedere. Zero, niente messaggi da nessuna parte.
Coglione. Cazzo. Lei ti chiama e te che fai? Pensi, rifletti. E certo… Tanto vero che ti costa? La recuperi quando vuoi no? Pirla. Ebete. Minchia.
“Ciao dottore. Ma non hai staccato?”
“Eh… Oh… Sì… Cosa? Sì.”
“Ripigliati! Mettici un po’ di tabacco almeno!”
“Seee… Ho smesso. Via, vado. A domani.”
“Domani sei di festa, rinco. Hai badgiato?”
“Sì… Cioè… Boh… No. Penso di no.”
“Oh… Ma che hai? T’ha chiamato la donna e t’ha detto che è incinta?”
Quell’angolo appare ancora ed io, come ieri sera, sto giocando con la stessa bambina.
E’ bella come la Natura.
“Ehi… Pianeta terra chiama base lunare Stordy… Uè stordito, sei tra di noi???”
“Sì… sì sì. Son cotto, scusami. Dormito poco, turno peso. Meglio andare a casa e vedere di riposare un po’.”
Badgio e vado. Son talmente sfasato che non metto neanche la musica nelle orecchie.
Finalmente casa. Posta: bollette, cartolina, pubblicità ed un foglio bianco con poche parole.
“Ciao dottorino. Sei un maledetto bastardo. Crepa.”
Poche parole a firma Marzia. Molto bene. Un’affermazione sintatticamente e grammaticalmente corretta; contenuto tuttavia un po’ scarno e non del tutto condivisibile. Il dono della sintesi, effettivamente, non le è mai mancato; né a parole
né nel nello svestirsi. Direi che posso cancellare il numero dalla rubrica. E comunque, se niente c’è, io bastardo ma tu zoccola.
Dopo questa breve parentesi rosa, inizio a salire le scale cercando di non pensare alla telefonata ed a quanto sono stato pirla.
Alleluja, sono arrivato. Lungo sorso d’acqua, tolgo giusto giacchetto e scarpe e mi butto sul divano, troppo stanco anche per emettere un singolo suono diverso dal respiro.
Come as you are mi riporta nel mondo degli svegli. Possibile che uno non può farsi i cavoli propri mai, ma proprio mai?
“Pronto!”
Scocciato. Assonnato. Stonato. Parecchio.
“Oh cugino It, allora ci sei…”
“Pronto?”
Sorpreso. Sbalordito. Meravigliato. Molto.
“Ma… Scusami, ti ho svegliato? Ti disturbo?”
“Eh sì…”
“Ah, allora ci sentiamo poi..”
“No! Cioè… Sì… No… Non ce la posso fare…”
“Mi pare di no. Ascolta: esco per un caffè e forse un aperitivo. Se ti va, ci troviamo al bar del Cicco tra venti minuti. Ok?”
“Ma…”
Niente, ha riagganciato senza aspettare la risposta. Guardo la lista delle chiamate ma niente, ancora sconosciuto. E come la ricontatto?
Sono un rottame, non posso andare. Ma se non vado quando la ribecco? Ok, vado.
“Dai retta, lascia stare che ti fai male”
Sì va beh, ma è solo un caffè e forse un aperitivo. Che sarà mai? Ok, vado. Ho deciso.
“Ti abbiamo perso. Dai retta a me, girati di là e lasciala stare.”
Grillo parlante… Ma proprio ora? Solo un caffè e forse un aperitivo. Che sarà mai. Mi stacco quando voglio. Vado.
Sì, vado. Ma dove vado conciato così? Quanto ha detto? Venti minuti? Non ce la farò mai.
Mi spoglio mentre vado in camera, disseminando i vestiti ovunque. Sciacquata veloce, cambio giacca e scarpe e via. Mentre faccio le scale a due a due ripasso la strada per arrivare al bar.
Scooter e via a velocità razzo.
Son tutti troppo lenti. Mi fiondo nel traffico e, come una scheggia impazzita, viaggio più veloce della sua corrente, suonando e lampeggiando per farmi strada ad ogni metro che percorro.
5 minuti.
Semaforo arancione. Lontano ma ce la posso fare. E’ rosso, ma ormai ci sono sotto. Passo.
3 minuti.
Pedone cazzo stai fermo lì! Siamo in Italia, non lo sai?
1 minuto.
Ma dove cavolo devono andare questi, TUTTI questi, TUTTI insieme, a quest’ora?
0 minuti
No, la coda no! Avantiii! Fatemi passare, Cristo!!!
+3 minuti
Sono in ritardo. Cazzo. Lo sapevo. Maledetto me e le mie manie di cambiarmi.
+5 minuti
Bar del Cicco. Arrivato. Parcheggio. Via il casco, riassettata generale. Mentina per l’alito ed entro.
Lei non c’è. Vuoto.
5 minuti di ritardo sono troppi da aspettare?
Mi avrà chiamato per sfancularmi, ovviamente. No. Sms. Niente. Altri messaggi. Nulla.
E allora??? E non posso neanche cercarla io.
Sono inerme, completamente abbandonato allo sconvolgimento dato da questo sentimento che non riesco a gestire.
Esco e mi guardo intorno, sperduto nella città dove abito da una vita, alla ricerca di qualcosa, di qualcuno, che possa rassicurarmi. Lei non c’è ed io non so cosa fare.
Suona il cell. Sconosciuto.
“Pronto?”
“Ciao, sono io. Scusami, sono leggermente in ritardo, ho trovato un traffico che non pensavo. Arrivo.”
“Tranquilla, non ci sono problemi.”
“Ok.”
Chiude.
Come potrebbero esserci problemi ora che so che sta arrivando. Mi specchio nella vetrina del bar e metto di nuovo a posto quello che, in realtà, a posto già lo è.
Eccola, arriva. E’ stupenda, ancora più bella di quando l’ho vista la prima volta. E, soprattutto, è fantasticamente, meravigliosamente, terribilmente accompagnata da qualcuno.
“Ciao cugino It! Come stai? Scusa se ti ho fatto aspettare ma ho trovato traffico, lei mi ha chiamata, era tanto che la vedevo e mi son detta perché no, facciamo una cosa a tre. Nel senso buono del termine eh, non essere malizioso subito tu! Quindi l’ho caricata su e siamo venute in qua. Ci sediamo?”
Non aspetta la risposta ed entra nel bar. Io, lei e l’altra: un appuntamento da perfetti teenager.

Iniziamo con un giro di birra e cerco di star dietro alle chiacchiere da donne che sovente escono da quelle labbra. Mentre parla gesticola all’infinito e accompagna ogni discorso con smorfie, sbuffi e lunghi sorsi di birra.
Cambiamo bevanda, mangiamo qualcosa e la situazione va avanti. Cosa fai, cosa non fai, ma dove abiti, beh se vuoi ti faccio vedere, ma dai su corri troppo.
Nonostante gli sforzi però l’amica proprio non riesco a mandarla via.
“Ora scusatemi voi due ma tutto questo bere… Sapete com’è… Le donne hanno la vescica piccola…”
Torna dopo poco. Durante la sua assenza non abbiamo aperto bocca, più presi dai nostri cellulari che dal sano interesse di scambiare quattro chiacchiere con una persona che non si conosce.
“Beh? Allora? Che sono ‘ste facce? Mi allontano un attimo e cadete nell’apatia? Dai dai su su animo ragassuoli!!! Su su!!!”
L’incitazione è accompagnata da un battito di mani. Le suona il cell, osserva il display e si fa scura in volto.
“Scusate, esco un attimo.”
La osservo mentre esce e mi domando come mai, indipendentemente da quello che dice, non riesco quasi mai a replicare. Mi toglie l’uso della parola.
Cammina nervosamente sul marciapiede e, automaticamente, mi faccio l’idea che ci sia qualcosa che non va e che l’aperitivo, ahimè, stia per finire. E, sinceramente, non ci ho fatto proprio una bella figura. Mi convinco a lasciar perdere il mio cellulare e provare a parlare con la sua amica per i due minuti che mi rimangono ma, appena apro bocca, lei abbassa lo sguardo verso la borsa ed estrae il suo, di telefono.
“Scusami…”
“No no, ci mancherebbe, fai pure.”
“Pronto? Ma sei fuori? Ma che chiam… Ah… Ok. Sì sì sì… No no ovvio. Ma sììì dai tranquilla, ci mancherebbe altro che non ti do una mano. Come? Sì sì, pagamento solito. Cena alcoolica a fine mese e siamo pari.”
Con un orecchio ascolto lei mentre continuo a guardare fuori. E’ ancora lì, ancora più agitata di prima; ora è piantata nel mezzo del marciapiede, dritta e dura, mano sinistra all’orecchio e mano destra che, pollice ed indice congiunti, fa su e giù.
Che bello… Esco con due ragazze ed entrambe stanno parlando al cellulare. In contemporanea.
Forse questa è l’ennesima dimostrazione che la birra è meglio di una donna: è qui, di fronte a me, bionda, disponibile, gustosa. E non ha un cellulare.
L’amica interrompe la telefonata.
“Scusami. Aspetto che rientri lei e la saluto. Emergenza tra donne…”
“Ah, ok. Spero niente di grave.”
“No no, tranquillo. Anzi!”
“Meglio.”
Continuo a preferire la birra. Tiro un altro sorso. Lei rientra e si siede.
“Ma tu guarda questi oh! Non basta che ti fai un mazzo tanto, no! Devono rompere pesantemente anche quando sei fuori ufficio. E tutto perché? Perché la gente non ha voglia di sbattersi cinque minuti in più. Ma lasciamo stare via. Beviamo?”
“Scusami cara io devo andare.”
“Ma no! Ma come??? Di già? Ma dai su!”
“No davvero, mi spiace ma devo.”
Le si avvicina all’orecchio, sussurrandole qualcosa di ilare vista la reazione.
“Visto che è così, non posso che darti ragione. Vai e fai il tuo dovere! Lascia che questo lo offro io. Così dovrai invitarmi tu la prossima volta!”
“Ok ok, va bene! Ciao e piacere di averti conosciuto. Alla prossima allora!”
“Sì. Ciao. Grazie.”
Birra finita; e con lei l’aperitivo ed il tempo a mia disposizione per parlarle.
Mi osserva.
“Che dici se” sussurra bagnandosi le labbra, delicatamente, con la lingua “prendessimo ancora qualcosa e poi magari facciamo due passi?”
No. Sbagliavo. Donna vince contro birra. A mani basse, tra l’altro.
“Ok ma qualcosa di veloce che mi è un po’ passata la voglia di stare qui.”
“Un bicchiere di rosso?”
“Ma sì dai, facciamo pure questo bel mescolone.”
Un merlot ed un sangiovese scivolano via veloci giù nell’ugola, facendo salire ulteriormente l’allegria e la semplicità di relazione.
I due passi diventano quattro, poi otto, poi mezz’ora di camminata, a parlare del nulla più assoluto inframezzato da domande epiche e filosofiche, in completa balia di una coscienza moderatamente sbronza che ci porta più a ridere e scherzare che a fare o almeno tentare di fare due discorsi seri o, e forse sarebbe meglio, a cercare di conoscerci un po’ meglio.
Siamo entrambi abbastanza adulti da capire come finirà questo incontro.
“Benedetta la telefonata di quell’amica… E benedetto quel sangiovese che ha affogato il grillo parlante che si stava già riaffacciando…”
“Che dici?”
“Oh… Nu nu… Nulla. Stavo pensando a voce alta. Ti accompagno alla macchina?”
“Dici? Saresti così cavaliere?”
“Ovviamente. E così magari tra vai e torna la smaltisco anche un po’.”
“Ah ecco. Allora lo fai per te, non per me… Una gentil donzella sola e impaurita… Che torna verso la propria magione… Alla mercé dei bravi di manzoniana memoria…”
“Sì… Certo… Soprattutto impaurita… Andiamo su.”
“Oh ma che gentile e cortese. Addirittura mi offri il gomito?”
“Sì ma solo dopo averlo alzato. Così mi aiuti ad andare dritto…”
“Ma che sei concio per davvero a questo modo?”
“Ma… Chissà…”
No, non sono messo così male. Ma se una finta di questo tipo può essere utile per starti appiccicato addosso, va bene. Sì sì, lo so “Dai retta a me, girati di là e lasciala stare.”… E’ pericolosa e tutto il resto. Ma mi va bene così.
Camminando continuiamo a scherzare e, tra una finta sbornia ed una vera attrazione, arriviamo all’auto. E qui tutto accade in fretta: un bacio per salutarsi diventa la miccia, breve, per l’esplosione della passione; un lampione spento nel parcheggio diventa un luogo dove appartarsi; i sedili posteriori dell’auto diventano l’appoggio sul quale scatenarsi finché ce n’è.
Come ad ogni cena a base di carne, qualcuno presenta il conto e qualcun altro deve pagarlo.
Con il fiato ancora corto, lei presenta il conto.
“Cazzo… Mi hai fatto fare tardissimo! Devo scappare!”
“Lo sapevo! In realtà sei una strega e mi hai fatto bere un filtro d’amore! Ora capisco tutto! Se aspetto altri cinque minuti chi diventi? La strega di Biancaneve?”
“Dai dai scemo! Rivestiti! E’ tardissimo!”
“E che sarà mai? Mica hai un figlio a casa che ti aspetta!”
“Ho detto che è tardi! Su! Non farmi innervosire e vestiti!”
A me tocca pagarlo con lo stordimento del passare, in meno di un attimo, da essere una cosa sola con lei all’essere scaraventato via, come foglia in tempesta.
Inebetito, mi rivesto senza ricompormi, continuando ad osservare la scena fin quasi a vedermi dall’esterno, estraneo a tutto ciò che mi sta accadendo intorno.
“Ok ci siamo. Non ti spiace tornare allo scooter da solo vero? Ok, ciao, grazie, ti chiamo io. Ah, butta via anche questo.”
Fine delle trasmissioni. Essere rapiti dal sentimento e rilasciati dall’indifferenza, per di più in fretta e furia, non è bello.
Così, catapultato fuori dalla macchina, calzoni aggiustati alla bell’è meglio, spettinato, un
preservativo che triste mi penzola da una mano, maglia e giacchetto nell’altra, guardo la macchina che si allontana verso la strada. Triste, solo, abbandonato.
E’ tutto talmente assurdo che si… E’ per forza uno scherzo e lei ora tornerà indietro, ridendo di me, e finiremo la serata insieme.
Per forza…
Presto realizzo che non è così e, ancora attonito, mi avvio mesto verso lo scooter e da lì verso casa.
Guido, senza convinzione ne’ interesse, verso quel letto che avrei voluto condividere con lei stasera.
Neanche un posto di blocco, le domande dei poliziotti, l’alcol test per fortuna andato bene che però non mi salva dal verbale per non avere i miei documenti con me mi svegliano dal torpore in cui sono caduto.
Arrivo a casa, parcheggio, casco nel sotto sella; guadagno l’entrata. C’è qualcuno che mi aspetta. Ma so che non è lei.
“Ciao dottorino. Non merito neanche una telefonata dopo quello che ti ho scritto?”
Rimango accanto a lei, mi guarda fisso in faccia. Ha degli occhi neri e bellissimi.
Le sorrido mentre metto una mano in tasca; con l’altra prendo la sua, continuando a sorriderle dolcemente, mentre delicatamente le appoggio il frutto dei miei lombi, e relativo involucro, sul palmo.
“Ma… Ma… Ma… Che cazz…”
“Ah, no… Scusa. Prendi anche questi.”
“Due euro? Ma tu sei fuori!”
Me ne sta già andando.
“Ma… ma… Oooh!!! Ma che cazzo fai??? Come ti permetti? E’ tutto quello che hai da dirmi??? Fottuto stronzo!!!”
Torno indietro. Mano di nuovo in tasca.
“E’ vero, scusa. Mi ero dimenticato che non fumi. Tieni.”
Un accendino. Lei non capisce; io, sorridendo, le spiego.
“Ora esci dal cancello, gira a destra, butta il preservativo nel bidone e prosegui. Poco dopo c’è una pompa di benzina. Prendi du’ euro di benza e datti foo. E smetti di frantumarmi i coglioni. ‘notte.”
Giro le spalle e me ne vado, ricevendo nella schiena i doni appena fatti con tanto affetto,
unitamente a grida ed offese di vario genere. Ma non mi importa nulla.
Salgo le scale e proprio sul pianerottolo il telefono squilla.
Sconosciuto.
Rispondo prima del secondo squillo.
“Ciao, sono io.”
“Ciao, tutto a posto? Sei arrivata? Come stai?”
“Sì sì, tutto ok. Scusami per prima sono stata troppo brusca.”
“Ma no no, non preoccuparti. Nessun problema.”
“Bene. Ora ti saluto che domani ho una giornatona. Ci sentiamo presto. ‘notte.”
“Ciao. Bac…”
Tu tu tuuu… Tecnologia batte sentimento venti a zero. Però ha chiamato e si è scusata. Però sei un pirla. Non hai il suo numero. E, così giusto come nota aggiuntiva, magari potevi chiederle se durante la gara di contorsionismo di coppia il tuo portafogli ha deciso di migrare dalla tasca dei tuoi pantaloni al sedile o ai tappetini della sua auto. In fin dei conti dentro hai solo bancomat, documenti, carta di credito, badge…
Salgo le scale, è ora di dormire.
Da quella sera è passato un anno e mezzo.
Il portafogli mi fu reso la sera seguente, in un altro parcheggio, dove però non successe niente, neanche un bacio di saluto.
Incontro breve ma educativo, durante il quale mi spiegò come avesse fatto ad avere il mio numero (squillo sul proprio telefono mentre io ero giù cercare il mio telefono, poi cancellata chiamata dallo storico) e di come le telefonate sua e dell’amica, durante l’aperitivo, fossero in realtà una farsa. Lei era andata in bagno, aveva impostato sul telefono un allarme da usare come finta suoneria, uscita fuori aveva chiamato l’amica (che tra l’altro sapeva già di dover venire all’incontro) ed avevano intavolato due finte discussioni. Il resto è storia.
Ma, anche quella volta, il sorriso ebete che avevo mi impedì di chiederle il numero di telefono.
Questa cosa andò avanti per tre-mesi-tre duranti i quali io ero diventato una marionetta, sempre pronto a scattare ogni volta che si presentava la possibilità di passare un po’ di tempo insieme.
Poi qualcosa cambiò e finalmente riuscì ad avere il suo numero. Ma era sempre e comunque lei a decidere dove, quando e per quanto.
Lo facevamo ovunque. Addirittura in reparto durante i turni di notte. E, ad essere sinceri, almeno un paio di volte anche di giorno.
Mi cercava, a volte fino ad assillarmi, poi spariva per giorni. Ed io, completamente perso, arrivavo a passare sotto casa sua nella speranza di vederla.
Il tempo passava ed io cercavo di avere qualcosa di più al nostro rapporto, di capire che cosa lei provasse davvero. Le avevo già chiesto di venire da me, di passare più di una serata insieme. Ma la risposta era sempre la stessa, che più di questo non riusciva a darmi. Ed io, silente, andavo avanti.
Sapendo bene che rischiavo, ad ogni piè sospinto, di non avere più terreno fermo sotto i piedi.
Poi ci fu il giorno di Gina. Era ricoverata in reparto da tempo. Non aveva nulla di particolare; era solo malata di vecchiaia e, soprattutto di solitudine. I figli, quelle poche volte che venivano a trovarla e disgraziatamente si incrociavano, riuscivano solo a farle venire i lucciconi agli occhi dal dispiacere nel vederli discutere sempre su tutto.
E fu così che, in modo molto semplice, decise di lasciarsi morire. Pian piano, si chiuse sempre di più in se stessa, smise di mangiare e, candidamente, si spense.
Io tornai a casa arrabbiato, deluso, inorridito dal comportamento dei suoi figli che, anche di fronte alla morte della madre, non erano riusciti a trovare un motivo d’unione.
La sera, stranamente, ci vedemmo per cena. E lei, purtroppo, aveva una di quelle sere in cui l’unica voglia era quella di prendermi in giro.
Alla terza volta che mi dava del pupazzo, amorevole pupazzo, non ressi e le rovesciai addosso tutta la rabbia, la frustrazione, tutte le volte che io avevo voglia di lei e lei non poteva, tutte le volte che avevo bisogno di lei e lei non poteva, tutte le volte che dovevo cingermi con le sue braccia perchè lei non lo faceva.
Tutte le volte che io ero solo. Come Gina.
Lei non rispose niente, si alzò e se ne andò. Io la lasciai uscire, poi mi alzai e finì di vomitare in bagno tutto quello che avevo trattenuto fino a quel momento.
Passò del tempo e, come ogni bravo cane bastonato, tornai da lei, chiedendole scusa.
Tutto tornò come prima.
Il calendario segnò altri mesi ancora e, incredibile ma vero, riuscì a portarla a casa mia. Poche serate, cena ed interessanti dopo cena; ma mai per dormire. Mi accontentavo. A piccoli passi stavo andando avanti.
Passavo serate come questa.
E’ estate, fa caldo. E’ venuta a cena da me, poi abbiamo fatto l’amore. Ed ora dorme qui, nel MIO letto.
Ed è tremendamente bella.
Fuori piove.
Io la osservo e so che non sarà mai mia. Sorrido, perché è bella, enormemente bella. Una lunga lacrima mi riga la guancia, scorrendo a fatica tra la barba.
Ora la sento, la pioggia. E’ fuori e dentro di me. E’ il mio cuore, il mio animo che, una volta ancora e di più, si fa liquido e scivola via, fuori, lontano da me. Non mi appartengo più, sono suo.
Ma le scivolo addosso, come acqua, a malapena bagnandola.
La pioggia è, e rimane, dentro di me.
Si muove.
“Hummm… ”
Mi guarda mentre si stiracchia.
“Ma che fai… Hai pianto?”
“No no, mi è andato un po’ di sudore negli occhi.”
“Ma che ore sono? Oh cazzo! E’ tardissimo! Quante volte te lo devo dire che non posso fare così tardi! Fammi scappare che il cornuto tra poco torna.”
E’ bellissima quando dorme. Ed io, mentre lei dorme, non posso far altro che osservarla.

6 pensieri su “E’ Bellissima Quando Dorme (La Pioggia Dentro)

  1. L’ho letto tutto, ringraziami.
    Grammatica approssimativa, si vede che non rileggi ciò che scrivi. Ripetizioni continue, dai “che” usati tre volte all’interno di un’unica frase di dieci parole, ai termini ripetuti a distanze infinitamente brevi. Dialoghi confusi, forse ti piace Virginia Woolf, però, è incredibile come confondi le descrizioni con i dialoghi… dalla prima alla terza persona in un sospiro, senza preamboli o premesse. Verbi coniugati male. Errori grossolani come: “Né nel nello svestirsi”.
    Citare Arancia Meccanica con quel “Ludovico Van” è stata la mazzata finale, il problema è che ciò è avvenuto a metà racconto.

    • Ciao Mary
      ringraziarti anche no. Al massimo, nella recondita ipotesi che pubblichi un libro e tu lo compri (dubito)… Ecco, a quel punto (forse) ti ringrazierò. Ma per aver letto un mio racconto pubblicato on line proprio no.
      Al massimo posso (ma proprio tirandomi per i capelli che non ho) chiedere venia se una critica letteraria della tua levatura ha dovuto aspettare qualche giorno per veder pubblicato il proprio commento. Ma stavo facendo altro (tranquilla, non stavo scrivendo) ed avevo giusto giusto un paio di etti di grammatica in frigo; li ho fatti a fette, conditi con un po’ di punteggiatura approssimativa ed errori vari. Ottimi. E’ un piatto che ti consiglio. Sai… così… giusto per sdrammatizzare un po’.
      Per il resto:
      - grammatica approssimativa: cavolo… pensare che questo racconto prima di metterlo on line l’ho riletto (non solo io). Farò più attenzione;
      - ripetizioni: boh, ci sta. Dopo il tuo commento non ho ricontrollato, ma mi fido;
      - dialoghi confusi: ammetto la mia ignoranza… Non mi pare di aver mai letto niente di Virginia Wolf;
      - incredibile come…: hai mica pensato che magari ho scritto così solo perché volevo farlo? Mi andava di farlo così, e basta?
      - verbi: questo penso rientri nella grammatica. Quindi vale quello che ho scritto sopra;
      - errori grossolani: quello che segnali più che un errore penso sia un refuso. Ce ne sono altri?
      - Arancia meccanica: beh… mi andava di farlo, l’ho fatto. Perché non avrei dovuto? Ho citato quel film, come l’ho fatto con i Nirvana.

      Una domanda: riesci anche a fare critiche un po’ più costruttive? Perché una roba del genere, più che una critica (ripetizione, l’ho scritto poco fa) mi pare una caccia all’errore.
      A parte l’esposizione, che abbiamo capito non ti è piaciuta, il contenuto (sì, lo ammetto, sono masochista…)?

      A nel futuro

      • In letteratura come in matematica, le parentesi tendono a scomparire, non ad aprirsi continuamente. Mi consigli una ricetta perché nei miei commenti ci sono errori grammaticali o è semplicemente una frase stralunata?

        1) Gli errori grammaticali e i tempi coniugati male ci sono, ora non me la sento di rileggerlo tutto e segnarteli ma ti prometto che con il prossimo racconto sarò, eventualmente, più precisa. Usare l’arma del: “tanti l’hanno letto e non mi hanno detto nulla” è un attaccarsi a cose senza significato perché, per evidenziare l’errore, bisogna averne voglia, motivo o passione per la letteratura. Quante mamme dicono dei loro figli orribili (spalleggiate da amiche-comari): come è bello mio figlio? Oh sì, è davvero bello!

        2 Virgina Wolf è una scrittrice di fama mondiale che scriveva in una modalità da confusionaria, nel senso che le descrizioni dei luoghi, dei personaggi, i loro pensieri… si confondono tutti insieme, straniando il lettore.. è una forma di scrittura molto pesante, alcuni la amano altri la odiano.

        3 Se no lo sai te se “né nel nello” è un errore o un refuso io, ovviamente, non posso certo rispondere al posto tuo.

        4 Non ti ho detto di non citare Arancia Meccanica, perché me lo contesti? Semplicemente, chi ama Arancia Meccanica, ama un qualcosa che stilisticamente è molto lontano da ciò che hai scritto (non dico peggiore, ovviamente lo penso ma concepisco che al mondo possa piacere più ciò che hai scritto tu, funziona così per tutti. Grandi artisti ce la fanno come certi mediocri, allo stesso tempo, grandi artisti falliscono come altri mediocri.

        Ripetere parole a distanza di pochi vocaboli, si chiama ripetizione… usare troppe volte il CHE rende una frase e un periodo strutturalmente pesanti… questo è diffuso nel parlato e osteggiato in letteratura.

        Una critica non sempre vuole essere costruttiva. Pensa a quando nella vita capita di offendere una persona con frasi tipo: è una merda, è una troia, è uno stronzo… cosa si vuole costruire?
        In un racconto, la grammatica è FONDAMENTALE come e più del contenuto. Pensa un capolavoro e prova ad inviarlo ad un editore con assurdi errori grammaticali incorporati, vedi se te lo pubblica o no.

        Contenuto del tuo racconto: Un uomo viene quasi stuprato da una bellissima donna… credo che nella vita vera sia più probabile il contrario. Ho fatto caso ad un particolare atteggiamento della tua protagonista… ogni volta che finisce di scopare, se ne esce con un: “Oh cazzo!” mi sa che l’orgasmo suo è mancato, sia vaginale che clitorideo… e la battuta: “Fammi scappare che il cornuto tra poco torna.” E’ una fantasia maschile allo stato puro, non è realistica… anche la donna più zoccola eviterebbe di offendere in modo così gratuito la persona con cui sta insieme… A MENO CHE… A MENO CHE… a MENO che… A meno CHE… un uomo non le metta in bocca il suo desiderio di vendetta nei confronti di chi, nella vita vera, ha vinto.

        • “Se no lo sai te se” Questa mia frase, ad esempio, è un errore, di battitura e strutturale: due “se” troppo vicini e il “no” invece del “non”

          • Oh Mario, o perché te la prendi ? da quello che scrive si vede che conosce bene quello di cui parla (letteratura) e ha comunque ritenuto opportuno leggere, e comprendere, il tuo racconto e ancor di più ha ritenuto opportuno mandarti un commento. In fondo chi scrive lo fa anche perché qualcuno legga … altrimenti non aprivi un blog ma riempivi le pagine di un diario segreto … Io fossi in te la ringrazierei e la inviterei a leggere qualcos’altro di quello che scrivi … sia mai impari qualcosa che già non sai …

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